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Jacheddu:
Biografia tra Aneddoti e Memorie pag.1
Il
21 di marzo del 1981 si concluse l’esistenza terrena di Giacomo
Sotgiu, ziu Jacheddu Sozu, una persona che ormai viveva ai margini
della società, in una casa costruita con pietra calcarea, ai piedi
di "Monte Idda" vicino a "Untana" e a "Gana
e Cortoe'', dove ormai stinta dal tempo, campeggiava sopra due
grezzi tavoloni la scritta "MOSTRA PERMANENTE".
Molti
giovani, molti ragazzi e forse in definitiva anche molte altre
persone si chiedevano cosa mai poteva esporre quel vecchio
allampanato, avvolto spesso in un doppiopetto grigio rigato, con
delle scarpe stranamente larghe in punta, che scendeva, dritto come
un fuso, la piccola discesa che portava alla strada principale e si
avviava, silenzioso, ma con occhi mobili, vividi e lucenti, verso il
centro dei paese, dove da una porta secondaria entrava in chiesa e
si raccoglieva in preghiera ricordando la propria madre e forse
prefigurando il momento in cui la avrebbe raggiunta e le avrebbe di
nuovo potuto dire quanto le aveva voluto bene.
Quei
due tavoloni e quella scritta rappresentavano la conclusione di una
vita spesa nella ricerca di qualcosa di nuovo, nella ricerca
dell'affermazione di una personalità inquieta, di uno spirito
errante che sognava nuovi orizzonti oltre la miseria soffocante di
un piccolo paese, oltre l'incomprensione irridente del vicino e dei
compaesani.
Giacomo
Sotgiu era nato a Siniscola alle ore 8 della vigilia di Natale del
1909.
Era
il primogenito di Antonio Sotgiu e di Marta Domenica Mulargia
entrambi di Siniscola, che si erano sposati nel 1902.
Antonio
Sotgiu era un povero contadino come tanti, perseguitato dalla
sfortuna. Il suo giogo di buoi veniva spesso colpito da malattie
varie e, dopo averlo reintegrato varie volte, fu infine costretto a
lasciare quella misera esistenza e a cercare fortuna
nell’emigrazione. Andò prima in Francia, ma non ebbe fortuna e
non trovò alcun tipo di lavoro, ma al rientro da Marsiglia trovò
finalmente occupazione all'Ansaldo di Genova, dove si fece
raggiungere nel 1913 dalla moglie e dal piccolo Giacomo.
Giacomo,
secondo una tradizione tutta Siniscolese, era stato vestito da
fraticello per una promessa fatta a Sant'Antonio Abate, in quanto
gracile e debole di costituzione, non riusciva a camminare da solo e
riuscì a mettere i primi passi solo all'età di tre anni proprio il
17 Gennaio, festa di Sant'Antonio.
Solo
a Genova, in una casa di via XX Settembre, indossò per la prima
volta un paio di pantaloni e quasi sicuramente il primo paio di
scarpe.
Ma
nel 1915, quando già cominciavano i primi venti di guerra, Giacomo
e la mamma tornarono al paese, dove nacque un secondo figlio, mentre
Antonio Sotgiu ritornò in Francia dove trovò impiego presso
un'industria bellica a Parigi e dove fu trattenuto fino al 1920.
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