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Jacheddu:
Biografia tra Aneddoti e Memorie pag.4
Giacomo
era testardo e, superando anche le resistenze materne e utilizzando
la capacità di scrivere che aveva acquisito in quei pochi anni di
scuola, rivolse diverse istanze direttamente a sua Maestà Vittorio
Emanuele III, dal quale ebbe delle risposte formali tramite i
ministeri competenti. Ritenendo che gli sarebbe stato possibile
passare all'aeronautica dopo la sua incorporazione nell'esercito,
impedì alla madre di far richiesta di esonero e nel 1929 fu
incorporato nel 4° Battaglione Radio Telegrafisti di Napoli. Ma
l'impatto brusco con la vita militare lo scoraggiò immediatamente e
nonostante fosse stata accolta la sua richiesta di essere impiegato
nell'officina come fabbro, scrisse alla madre affinché provvedesse
ad inoltrare la domanda di esonero, che prima aveva impedito e che
fu accolta dopo sei mesi. Questi mesi furono comunque sufficienti
per farsi notare dai compagni e dai superiori come artigiano
completo, con una abilità sopraffina e un istinto innato nel
trattare i metalli e nel ricavarne oggetti bellissimi. Costruì in
quella officina militare un lampadario artistico in ferro battuto ed
altri oggetti di uso comune finemente cesellati, di cui fece omaggio
al Colonnello Comandante, che lo riempì di elogi e lo addittò
all'ammirazione di tutti per le sue altissime capacità. Lo spirito
inquieto lo portò a sognare di poter rimanere in quell'ambiente,
dove finalmente qualcuno aveva mostrato apprezzamento per quello che
sapeva fare e lo aveva gratificato con lodi, con consigli e con
incoraggiamenti.
Aveva
intravisto dopo le difficoltà iniziali un mondo dove poteva
realizzare i suoi sogni, lavorare sereno e dar sfogo alla sua
creatività. Ritornò malvolentieri al suo paese, dove per poter
lavorare, doveva chiedere agli altri artigiani di fargli usare
l'attrezzatura durante le loro pause. Non aveva le possibilità
economiche per poter installare una propria officina, comprare le
attrezzature e dedicarsi alla realizzazione di tutto ciò che
sentiva nella sua mente inquieta. La realizzazione di zappe,
roncole, vomeri d'aratro non soddisfaceva le sue aspirazione e
cercava in ogni modo altri orizzonti, altre cose che erano lontane
dagli interessi dei suoi compaesani. Nel 1931 realizzò quattro
madreviti e di una fece omaggio al proprio cugino e maestro, mentre
un'altra la mantenne per esposizione ed altre due erano utilizzate
da lui come strumenti di lavoro. Nello stesso periodo realizzò
alcune serrature, che donò alla chiesa di Sant'Antonio, per
l'applicazione su un portone realizzato e donato da Francesco
Farris, alla Chiesa di San Giuseppe e alla Chiesa di San Giacomo.
Studiò la possibilità di realizzare una mitragliatrice e scrisse
allora a Mussolini per chiedere un aiuto finanziario per poter
procedere alla costruzione della stessa. Aveva preparato alcuni
disegni e pensava di poter ottenere un aiuto finanziario, ma la
risposta fu che la pratica era stata inoltrata al Ministero della
Guerra - Direzione Generale dell'Artiglieria, per poter essere
esaminata. Ma Giacomo Sotgiu era impaziente, non aspettò nemmeno la
risposta ufficiale e procedette alla costruzione della
mitragliatrice con ferro raccattato da tutte le parti.
Decise
allora di partire per Roma, tentare l'avventura della presentazione
diretta al Ministero, escogitando la piccola furbizia di una cassa
che viaggiava come bagaglio appresso ed era indirizzata direttamente
al Ministero stesso. Ma la presentazione dell'arma fu una
umiliazione: un Tenente Colonnello dell'Esercito ed alcuni borghesi
liquidarono velocemente Giacomo Sotgiu, dicendogli che non avevano
nessuna disponibilità finanziaria, che l'arma non era di loro
interesse e che poteva tornare tranquillamente in Sardegna dove
avrebbero rispedito la cassa contenente la mitragliatrice al suo
indirizzo. La delusione fu cocente, all'uscita da quel palazzo,
insensibile come la pietra di cui era costruito, si trovò fuori, in
una città sconosciuta, con le lacrime agli occhi, una canna
solitaria in un campo battuto dal vento della tempesta, aggirandosi
solitario per strade per lui deserte, nonostante la folla che le
riempiva. Fu portato una prima volta ad un Commissariato ma fu
subito rilasciato. La seconda notte, mentre si apprestava a passarla
all'addiaccio di fronte alla Stazione Termini fu intercettato da un
brigadiere in borghese e riportato ad un altro Commissariato, dove,
dopo una accurata perquisizione, saltò fuori un rasoio che aveva
portato per uso personale. Fu trasferito al carcere di Regina Celi,
dove vi rimase per otto giorni, fu sottoposto a processo, riavviato
al paese con foglio di via. Quando la cassa con la mitragliatrice
arrivò al suo indirizzo di Siniscola, scattò la rabbia accumulata
per tutto quel periodo e con l'aiuto di una mazza ridusse a rottame
quell'opera. Ma l'umiliazione patita non fermò Giacomo Sotgiu. Da
quel momento non fece altro che sognare il riscatto, adoperandosi in
mille modi alla invenzione e costruzione di nuove opere: un busto di
Dante Alighieri, serie di coltelli da cucina, soprammobili vari, un
fucile a retrocarica.
Aveva
sempre in testa l'idea di come avrebbe potuto far vedere le sue
capacità, di come qualcuno poteva riconoscere il suo estro, le sue
aspirazioni, le sue possibilità di artigiano, di inventore e di
artista.
Pensò
di realizzare un grande soprammobile con tre facciate in ferro
battuto con i temi della Conciliazione di Stato e Chiesa e il mezzo
busto di Mussolini e ogni facciata arricchita di artistiche
decorazioni: il tutto sbalzato e cesellato.
Questo
soprammobile fu offerto in dono direttamente a Mussolini, dopo aver
provato inutilmente a inviarlo tramite il Podestà di Siniscola, il
Prefetto di Nuoro, il Console e vari gerarchi fascisti. Tentò
addirittura di portarlo personalmente a Roma, da dove, ancora una
volta fu rimandato a casa con il foglio di via.
Ma
non si scoraggiò, continuò a scrivere alle varie personalità
dello stato e anche a Donna Rachele, sempre con la speranza che
qualcuno si accorgesse di lui.
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