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La spiaggia di Santa Lucia di Siniscola è una lunga striscia di
sabbia fra la costa del golfo e le sponde d'acqua salmastra dove le
canne si fanno più fitte. Davanti agli stagni ci sono delle piccole
dune coronate da cardi secchi e conchiglie; altre, dietro, più alte
ancora, e poi una pineta di alberelli piantati non molto tempo fa
per fissare un terreno mosso da un vento leggero. Ci sono degli
eucalipti, nuovo apporto anch'essi, cresciuti smisuratamente al di
sopra dei pini che, serrati come sono, risultano indeboliti, dei
pistacchi, dei corbezzoli, dei poveri mirti che si ritrovano qui
come in ogni altro luogo della Sardegna, isola nella quale la fauna
e la flora non offrono niente che non risulti esile o rinsecchito se
messo a confronto con le stesse specie della grande terra.
Mucchi
di alghe, che la tempesta strappò agli erbari e che le onde
spinsero fuori dell'arena dove si trovavano depositate, si
presentano a ciuffi, nere o verdi sotto l'acqua, ma altrove
scolorite dal sole. Costeggiano la spiaggia per diversi chilometri,
sparse con minore o maggiore abbondanza, come peli sul corpo di una
giovane orribilmente deturpata, e diffondono un odore forte, ma non
per questo sgradevole. Fra le canne, quando l'altra riva è
accessibile si scoprono dei legni fluitati, delle radici dalle forme
insolitamente umane o bestiali, e avanzi d'ogni genere, ammucchiati
come immondizia. Non manca di stabilirsi per uno spirito sensibile
alla natura delle cose, un legame profondo ed inquietante fra
l'impressionante purezza dell'acqua marina del golfo, satura di
sale, e la corruzione vagamente subdola dell'acqua dolce‑amara
degli stagni, ancora più fetida nei bracci morti dove è ricoperta
da muschio giallo, pesante come pelle di animale, e che non può
essere più considerato né schiuma né vegetazione.
Lontano
dal paese e dalla spiaggia affollata, gli stagni comunicano col mare
attraverso una stretta gola lungo la sabbia, piccolo canale dove la
corrente inverte il senso a seconda che la marea (di debole
ampiezza, come ovunque nel Mediterraneo) sia alta o bassa. Si fa in
modo di tenerlo libero nonostante le alluvioni causate spesso dal
vento dell'est, in modo che il flusso dei pesci, soprattutto e del
genere cefalo, possano accedere alle lagune dove troveranno
abbondante nutrimento, diventeranno grossi e grassi, ed offriranno
una buona rendita alle peschiere. I granchi di fiume vanno e vengono
con le loro zampette sottili e la corazza verde scuro (soprattutto
nelle notti di luna) mentre di giorno restano al riparo sotto le
canne.Vortici e tremolii, quando i moscerini volano rasenti la
superficie dell’acqua, sono la testimonianza di una vita
brulicante fra le erbe acquatiche. Ichnusa ‑la pescosa ‑
era, tanto tempo fa, il nome dato all'isola.
Al
di là della goletta, la spiaggia è prolungata dalle dune che si
susseguono monotone davanti ai nuovi pini, sino alla Caletta,
punto culminate dell'arco luminoso che chiude le sabbie.
Là
fra gli alberi grigi, ci sono alcune case ed un misero porto la cui
presenza è preannunciata da una torre quadrata. Dipende da
Siniscola, il paese ai piedi del monte, che un tempo fu capoluogo
della Baronia e che ormai è solo un borgo isolato dove il sole
imperversa dappertutto sollevando nuvole di mosche tra i vortici di
polvere sospinta dai giochi dei bambini e dal trotterellare degli
asinelli. Molto lontano, dietro la torre, dove una fiamma brucia fin
dal tramonto, il cielo si sfilaccia sulle frastagliature di Capo
Coda Cavallo, da cui si potrebbe facilmente immaginare che si è
appena scagliato, come un frustino impugnato da una mano maestosa.
Ancora più lontano, caduti forse per effetto dello stesso colpo che
ha spinto il promontorio in alto mare, si staccano all'orizzonte
degli isolotti color porpora, uno scoglio a forma di pan di zucchero
e i blocchi delle isole di Molara e Tavolara, dai contorni talmente
netti che sembrerebbero evocare un mondo accessibile solo al
pensiero. E quando, incerto, il sognatore vi approda, nella sua
evocazione nostalgica di un paradiso originario, gli parrebbe di
incontrarvi degli animali favolosi, esseri chimerici la cui pelle, i
cui peli e le cui piume sono cangianti a seconda dei riflessi
luminosi e degni in ogni punto della fantasmagoria minerale che ha
scelto come loro dimora. Il sognatore si inganna, sicuramente, ma la
realtà ‑ al di là delle capre e di qualche sporadica foca,
assopita all'interno di una grotta, alla quale hanno dato il nome di
"bue marino" ‑ gli offrirebbe una varietà così
eccezionale di uccelli pescatori che potrebbe appassionarvisi per
mesi, senza avere più niente da rimpiangere del suo prestigioso
paradiso artificiale.
Alzando
lo sguardo al di sopra di Siniscola, il massiccio del Monte Albo
innalza un muro di pietra arida come la parete di un forno a
riverbero. Per effetto del suo riflesso, la pianura e il paese
polveroso vengono privati della benché minima frescura e bisogna
continuamente innaffiare i giardini dove sono piantati i cedri, per
rigenerare il terreno che naturalmente tende ad inaridirsi. La
montagna culmina in una cresta squamosa, gialla e grigia, dorso di
una gigantesca lucertola sulla quale vanno ad infrangersi le nuvole.
Ma, in estate, quasi sempre, il cielo è limpido.
Tutta la natura è un santuario, a seconda di come la si osserva,
come dire che ‑ idea di creazione messa a parte ‑ è
abitata da un dio (o tanti). Qui, il dio non potrebbe essere che
Pan.
Vanina
si trovava immersa in questo dominio panico da tre giorni.
Distesa
sulla sabbia, la ragazza aveva il viso coperto da un lembo
dell'accappatoio, come fanno gli imperatori con i loro mantelli dopo
aver perduto la battaglia (dopo che la ritirata è stata loro
preclusa), per rimettersi indiscriminatamente alla volontà del
vincitore e aspettare inermi di essere uccisi o presi in catene.
Respirando attraverso la fessura di una piega che lei stessa aveva
accomodato...
...All'estremità
del golfo, la piccola torre della Caletta, fra i pini e qualche casa
bassa, aveva la forma di un grosso cactus, sormontato da un fuoco,
sorta di fiore arancione, segnale anch'esso. E la ragazza, quando si
voltava indietro, scorgeva l'alta torre quadrata, coronata di merli,
che sottolineava la posizione di Santa Lucia con la sua erezione
maestosa e rossa sotto il bel chiaro di luna. L’Italia ‑
pensava ‑ la Sardegna soprattutto, è il paese delle torri
erette sugli scogli in riva al mare, torri che furono dette
saracene, per una confusione piuttosto singolare col pericolo che
esse avevano il compito di combattere, come se gli abitanti di
quelle coste fossero stati più o meno coscientemente sensibili
all'attrazione di quel pericolo, e si sentissero emozionati ‑
e non solamente per la paura ‑ all'idea che essi avrebbero
potuto essere catturati da affascinanti pirati, poi trascinati su
uno di quei vascelli da corsa che infestarono il Mar Mediterraneo
fino agli inizi del secolo scorso. Per divenire un oggetto di lusso,
essere lavate, profumate, ed
abbellite, per poi essere vendute sui mercati d'Oriente, le donne e
le ragazze di Siniscola dovevano aver messo volentieri
l'avventura
sullo stesso piano della loro vita di faticosa miseria, qualche
volta. Se avessero avuto la libertà di scegliere, cosa avrebbero
preferito fare?... (1)
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