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Si aveva molta cura delle Chiese urbane che venivano riparate
e riedificate, mentre quelle rurali venivano trascurate tanto che a
volte crollarono o furono demolite, (es. "S. Juacu ezzu ",
"S. Andria de paule ", ecc.) o ricostruite solo
recentemente, come quelle di S. Pietro di "Sedduri "e di
Luitu.
I
Sinodi, specialmente quello Cariñena lamentavano la profanazione
delle Chiese lontane dall'abitato con "azioni indegne di un
luogo così santo"; "persone poco attente alla riverenza e
venerazione che si deve ai luoghi santi" erano solite
"mettervi e custodirvi grano, orzo, bestiame, formaggio, vino,
latte e altre cose profane". Il Sinodo comminava la scomunica
maggiore e ordinava che quelle provviste venissero requisite e
destinate a beneficio della stessa chiesa e ai Parroci imponeva
l'obbligo di costringere i patroni delle chiese pericolanti alle
necessarie riparazioni, avvertendo che, se tali lavori non fossero
stati eseguiti entro sei mesi, il Vescovo ne avrebbe ordinato la
demolizione.(1)
I
luoghi di culto erano oggetto e segno della fervida devozione dei
Siniscolesi per i "propri " Santi, motivo per il quale ne
vennero eretti molti.
Riguardo
alle Chiese e alle cappelle che ci si proponeva di costruire, queste
ultime forse non erano come le intendiamo noi, ma Chiese vere e
proprie. Per S. Rosa da Viterbo quando si dice di voler costruire
una cappella, poiché ne esisteva una all'interno della Chiesa di S.
Giovanni, forse si intendeva una Chiesa vera e propria.
Le
Chiese mai costruite quindi furono: S. Croce: 1640, SS. Trinità e
di S. Caterina: 1730, S. Margherita: 1689, S. Gaetano: 1701 e 1745 e
N.S. di Bonaria: 1768.(2)
Le
Cappelle che si volevano costruire furono quelle di S. Pasquale
Baylon: 1762, S. Pietro Apostolo nella Chiesa di N.S. d'Itria: 1752,
S. Pietro d'Alcantara: 1763 e di S. Rosa da Viterbo: 1756.(3)
Le
Chiese rurali furono utilizzate fino al secolo scorso anche come
rifugio da coloro che erano ricercati per reati veri o presunti. Gli
onesti, vittime di prepotenti e oppressori, erano spesso poveri, non
in grado di pagarsi un difensore e consapevoli che il carcere
rappresentava una effettiva e disumana morte civile per i singoli e
le famiglie. Basti pensare che, ad esempio, nel carcere di Nuoro,
negli anni 1845‑65 morirono 173 persone, con punte nel 1847-49
di 22. Verosimilmente in periodi anteriori la situazione doveva
essere ancora peggiore.
Vi
erano certamente anche degli abusi del diritto di asilo nelle Chiese
sia sottraendosi in alcuni casi alle giuste esigenze della Giustizia
che profanando le stesse Chiese. A parte la pretesa estensione di
tale diritto alla propria abitazione da parte del V.le Piras
Saturnino di cui si parlerà, dalle disposizioni sinodali veniamo a
sapere che vi erano delle persone che, anziché usare le chiese per
il legittimo scopo per cui detto diritto era stato concesso, ne
abusavano ed esse venivano "profanate con irriverenze e
indecenze" che solitamente vi compivano i rifugiati.
Per
mettere fine a tali abusi nelle chiese il Sinodo interveniva con
queste chiare disposizioni: "Ordiniamo e comandiamo che costoro
[i rifugiati] stiano in esse con ogni onestà, decoro e modestia,
non avendo conversazione con donne dentro le chiese, né sulle
porte, e così pure non balleranno né faranno divertimenti nei
Cimiteri, né faranno altre azioni indecenti che offendono il decoro
dovuto a luoghi così santi, avvertendo che ai rifugiati che faranno
il contrario o daranno molestia alle persone, o usciranno da dette
Chiese per commettere nuovi delitti con la speranza e l'intenzione
di ritornarvi, ordineremo di uscirne applicando i dovuti
provvedimenti ".
Il
Sinodo poi continuava ordinando ai Rettori e Curati di informarsi
della causa e del motivo che avevano indotto le persone a rifugiarsi
nelle Chiese, della vita che esse vi conducevano e degli eventuali
delitti e indecenze da esse compiuti, informandone il Vicario
Generale, sotto pena, se inadempienti, di un'ammenda di quattro
scudi da devolvere alla Chiesa nella quale stava il rifugiato.(4)
Anche
lo Stato si preoccupò di eliminare certi abusi di tale diritto che
portavano a un aumento di fatti criminosi. Il 13 marzo 1823 il Re di
Sardegna contattò la S. Sede alfine di regolamentare e limitare
tale diritto. Il 18 giugno successivo Don Gennaro Boero,
Luogotenente e Capitano Generale del Regno di Sardegna, poteva
emanare un'ordinanza con cui, tra le altre disposizioni, vi era
quella di non poter più invocare il diritto d'asilo se la pena
prevista per il reato di cui era accusato l'inquisito era superiore
a un anno.(5)
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