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La
Chiesa di S. Antonio fu eretta con diritto di patronato da Giovanna
Ruyu Pìrisi e dal figlio Sac. Pietro Francesco Carta con dote
stimata in 500 libbre, sancita dal Not. Apostolico Gìov. Angelo
Sanna con atto del 12 agosto 1646.(1)
Detto
Sacerdote, nel testamento rogato dallo stesso Notaio, lasciò il suo
patrimonio alla Chiesa, che egli costruì "a proprie
spese" e, in forza dello "jus sepeliendi" (j.s di cui
godeva, vi fu sepolto il 1 febbraio 1658.
La
dote, costituita inizialmente da case e terreni, divenne più
cospicua quando sì arricchii di atti censuali e dì bestiame
vaccino, 32 vacche nel 1738 e 20 capi nel 1777.(2)
Secondo
il Rettore Ventura i patroni della Chiesa di S. Antonio erano
soliti, a differenza di quelli delle altre Chiese e altari di
Siniscola, presentare annualmente i conti.(3) Anche il Pilurci aveva
confermato tale comportamento degli eredi dei fondatori della
Chiesa.(4)
In
seguito, però, il Rettore Salis dovette lamentare la pessima
amministrazione dei compatroni che ne avevano prosciugato il pingue
patrimonio.(5)
Concorsero
per la costruzione e l'arredamento della Chiesa attraverso donazioni
testamentarie Giovanni Congiu che lasciò nel 1660 "la
pietra" che aveva accantonato per costruire la propria casa
(21.02.1660) e Caterina Carta, moglie di Agostino Angelo Desogos,
che nel 1675 donò uno stendardo e due sedie fatte a Dorgali
(8.04.1675).
In
alcuni testamenti si parla di altari esistenti all'interno della
Chiesa senza indicarne il numero (LD 25.04.1656 e LI) 10.08.1675).
Forse però si trattava di nicchie nelle quali erano collocate delle
statue. Infatti in quei tempi esistevano due tipi di altari, uno con
l'"ara" cioè la mensa per la celebrazione, e un altro che
ne era privo; questo costituiva qualcosa di votivo in onore di uno o
più Santi.
Non
sappiamo quali Santi allora vi fossero venerati, mentre
recentemente, nel 1949, vi si trovavano esposte alla venerazione dei
fedeli le statue dei Santi Espedito, Giuseppe Calasanzio, Giuda
Taddeo e delle Sante Elisabetta e Anna.(6)
La
Chiesa doveva essere tenuta in grande considerazione se a tempo
debito ci si preoccupava della manutenzione ordinaria ed anche di
operarvi dei restauri, come avvenne negli anni 1734‑37 con
offerte di Pietro M. Mele ed Elene Trucu Contu (LD 26.02.1734 e
25.04.1737).
Ma,
a causa del materiale adoperato, spesso scadente, le Chiese avevano
bisogno di continui restauri. Il 15 marzo 1858 il Rettore fu
costretto a vietare le funzioni, oltre che in quelle del Carmelo e
di N.S. d'Itria, anche in questa fintanto che i compatroni non
avessero fatte le indispensabili riparazioni.(7)
La
Chiesa fu sempre officiata, sia il 13 giugno per la festa del Santo
cui era dedicata, che il 17 gennaio per quella "ab
immemorabili" di S. Antonio Abate, col relativo "olone de
ramasinu" acceso davanti alla Chiesa nella sera del Vespro. In
certi periodi vi si celebravano due Messe ogni lunedì e, nel 1838,
vi celebrava ogni giorno il Sac. Francesco Saverio Bulloni.(8)
Era
utilizzata specialmente per la sepoltura dei bambini e in
particolare per le tumulazioni degli appartenenti alla famiglia
Carta, eredi del Sacerdote Francesco Carta, fondatore della Chiesa.
Vi furono sepolti anche i Sacerdoti Fra Francesco Zonchello del
Convento dei Minori Osservanti di Nuoro (LD 28.05.1718), Quirras
Pietro Giuseppe (LD 12.07.1782), Farris Carta Salvatore (LD
7.09.1825) e Piras Saturnino (LD 18.09.1828).
L'
uso di questa Chiesa come luogo per la sepoltura durò fino al 2
settembre 1835, giorno in cui per ultima vi venne sepolta Lazzarea
Porcu.
Intorno
al 1924 la Chiesa era in stato di completo abbandono al punto che il
R.re del tempo la chiama "ex chiesetta". In quel periodo
era considerata appartenente al Dr. Luigi Sanna che a suo tempo
l'aveva riscattata dal Demanio, come era accaduto per la Chiesa di
Valverde a Nuoro ad opera di Paolo Costa. Un comitato per la Chiesa
intendeva ottenerla in donazione. Il R.re Fadda sì adoperò perché
venisse donata alla Parrocchia, mentre il Comitato si sarebbe
adoperato per riattarla in modo da poterla riaprire al culto. (9)
Il
Presidente di detto Comitato, Cav. Salvatore Coronas, il 20 dicembre
1925 inoltrò al Vescovo la domanda per la restaurazione. La domanda
fu accolta di buon grado da Mons. Maurilio Fossati il 18 gennaio
1926.
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