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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

       

Amico fragile

Ma è "Amico fragile" con i suoi spunti, che a noi ascoltatori piace interpretare come autobiografici, ad incantare lasciando uno spazio sospeso, nell'amarezza di una diversità lucida e cosciente e nella malinconia delle apparenze più feroci ed oscure e soprattutto nell'immensità di un significato emozionale che si autoalimenta.

 

Una dichiarazione che è anche confessione delle proprie debolezze , dei propri autoinganni, della crudeltà che si cela dietro ai giochi d'invidia e cortesie nell'illusione di essere sempre e comunque "ballerini" anche se di seconda fila.

 

E certo anche se i sentieri percorsi dall'autore rimarranno per sempre impercorribili per chi dall'esterno li osserva stupefatto, non mi pare un sacrilegio individuarvi senz'altro un istante di riflessione sulla propria arte, che anche se celato da più vasti rimandi, pare ritornare ad ogni strofa peraltro tecnicamente inesistente.

 

A partire dalle proprie mani, che nel diventare veicolo d'emozioni, stringono un legame indissolubile con la chitarra e per finire poi con l'elmo della stessa, strumento di guerra e insieme di sogno, di rifugio dalla realtà e insieme ritorno in essa con la forza del sospetto che la musica sia la più radicale delle rivolte.

 

Ma è anche l'anarchia, vissuta come libertà assoluta che solo le stelle posseggono a ritornare quasi alla fine della canzone, colorata di rosso, di segreto e di mistero a svelare la consapevolezza o forse l'inganno di essere prigionieri di uno specchio deformante , metafora di un'allusiva condizione esistenziale.

 

" Amico fragile" è forse l'elogio della sconfitta, insomma di chi ha scelto nello stesso tempo il ruolo dell'inquisitore e dell'eretico, del sacerdote e della vittima sacrificata.

 

E poi "La cattiva strada", la processione di una specie di pifferaio magico che , nel suo cammino ai limiti dell'assurdo , incontra l'innocente dapprima, poi una regina ( ossia una prostituta o, se si tratta di un calco dall'inglese, un travestito), un pilota, un diciottenne alcolizzato e dei giurati, e dopo aver invitato tutti a non seguirlo tutti se li ritrova stranamente dietro, perché, come dice il refrain, " tutti quanti hanno un amore nella cattiva strada".

 

In generale l'album risulta inquadrarsi in una fase di transizione quasi intimistica, che segna senza dubbio il ripiegamento su tematiche individualistiche in risposta al generale "sbandamento", che si inizia ad intravedere nei settori più avanzati della società di fronte all'irrigidimento dello scontro sociale.

 

Infatti, com'era prevedibile, il suo ruolo di intellettuale critico se da un lato gli impedisce di aderire a quelle forme di pratica artistico‑politica in linea con l'ala più radicale del movimento, dall'altra lo porta a rifiutare anche il riconoscimento nella "nuova piccola borghesia " nata dal '68, eclettica e nello stesso tempo monoculturale, nemica dei cosiddetti ideali magnetizzati dalla società dello spettacolo, sradicata, polimorfa, fluttuante.

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