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Amico
fragile
Ma
è "Amico fragile" con i suoi spunti,
che a noi ascoltatori piace interpretare come
autobiografici, ad incantare lasciando uno spazio sospeso,
nell'amarezza di una diversità lucida e cosciente e nella
malinconia delle apparenze più feroci ed oscure e soprattutto
nell'immensità di un significato emozionale che si autoalimenta.
Una
dichiarazione che è anche confessione delle proprie debolezze ,
dei propri autoinganni, della crudeltà che si cela dietro ai
giochi d'invidia e cortesie nell'illusione di essere sempre e
comunque "ballerini" anche se di seconda fila.
E
certo anche se i sentieri percorsi dall'autore rimarranno per
sempre impercorribili per chi dall'esterno li osserva stupefatto,
non mi pare un
sacrilegio individuarvi senz'altro un istante di riflessione sulla
propria arte, che anche se celato da più vasti rimandi, pare
ritornare ad ogni strofa peraltro tecnicamente inesistente.
A
partire dalle proprie mani, che nel diventare veicolo d'emozioni,
stringono un legame indissolubile con la chitarra e per finire poi
con l'elmo della stessa, strumento di guerra e insieme di sogno,
di rifugio dalla realtà e insieme ritorno in essa con la forza
del sospetto che la musica sia la più radicale delle rivolte.
Ma
è anche l'anarchia, vissuta come libertà assoluta che solo le
stelle posseggono a ritornare quasi alla fine della canzone,
colorata di rosso, di segreto e di mistero a svelare la
consapevolezza o forse l'inganno di essere prigionieri di uno
specchio deformante , metafora di un'allusiva condizione
esistenziale.
"
Amico
fragile" è forse l'elogio della sconfitta, insomma di chi ha
scelto nello stesso tempo il ruolo dell'inquisitore e
dell'eretico, del sacerdote e della vittima sacrificata.
E
poi "La cattiva strada", la processione di una specie di
pifferaio magico che , nel suo cammino ai limiti dell'assurdo ,
incontra l'innocente dapprima, poi una regina ( ossia una
prostituta o, se si tratta di un calco dall'inglese, un
travestito), un pilota, un diciottenne alcolizzato e dei giurati,
e dopo aver invitato tutti a non seguirlo tutti se li ritrova
stranamente dietro, perché, come dice il refrain, "
tutti quanti hanno un amore nella cattiva strada".
In
generale l'album risulta inquadrarsi in una fase di transizione
quasi intimistica, che segna senza dubbio il ripiegamento su
tematiche individualistiche in risposta al generale "sbandamento",
che si inizia ad intravedere nei settori più avanzati
della società di fronte all'irrigidimento dello scontro sociale.
Infatti,
com'era prevedibile, il suo ruolo di intellettuale critico se da
un lato gli impedisce di aderire a quelle forme di pratica
artistico‑politica in linea con l'ala più radicale del
movimento, dall'altra lo porta a rifiutare anche il riconoscimento
nella "nuova piccola borghesia "
nata dal '68, eclettica e nello stesso tempo monoculturale,
nemica dei cosiddetti ideali magnetizzati dalla società dello
spettacolo, sradicata, polimorfa, fluttuante.
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