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Da
Catullo a De Andrè
(pag.1)
E'
certo non sembri avventato l'accostamento dello chansonnier dei
nostri tempi con il massimo poeta d'amore dell'antichità, se è
vero che in ambedue dalla constatazione della precarietà
dell'esistenza umana scaturisce un invito a godere del tempo
presente, a viverlo con la massima intensità.
E
il vitalismo gagliardo di Catullo, la frenesia di un desiderio che
non conosce termine, l'inarrestabile
smania di suggellare l'ideale passione in una concreta
armonia di sensi, sembra quasi invadere l'atmosfera dell'amore in
sintonia con quel sentimento pienamente umano, amateriale, alieno
da ogni tipo di mistificazione o idealizzazione di cui il nostro
cantautore genovese si è fatto portavoce.
Mal
accettando i limiti, i compromessi, i pregiudizi di una
quotidianità angustiante, Catullo dà di sé l'immagine innocente
di uno che dalla vita ha voluto cogliere soprattutto i momenti più
intensi e più vivi.
Ma
se egli ha fatto della profondità della passione la materia
stessa del suo cantare e l'essenza stessa del suo vivere, per De Andrè
l'autenticità di una vita vissuta nel ritmo febbrile delle
esperienze più nobili o più corrotte e degradanti, assume la sua
ideale dimensione nell'umanità penetrata e condivisa, negata e
ricercata come assolutezza di principi.
E
per questo che accanto all'amore dei sentimenti si staglia l'amore
dei corpi, l'amore mercenario della brutalità
dell'ante‑inferno, stravolto e offuscato dalla logica
benpensante dei divieti, e che proprio nella sua stessa presenza e
consistenza trova la più esclusiva ed incondizionata delle legittimazioni.
Ecco
quindi che ancora una volta ogni esperienza artistica di De Andrè
si ricolloca volutamente o meno nel panorama delle
demistificazioni delle rassicuranti ipocrisie della morale
corrente non avvezza a disarmanti sconvolgimenti di quella
secolare giustizia gerarchizzante.
Ma
nasce inaspettatamente a questo punto proprio nella
differenziazione la profonda sintonia tra le esperienze artistiche
dei due poeti, indistintamente destinate a mutare radicalmente le
tendenze di gusto della propria epoca.
De
Andrè si
inserisce nel limbo di un panorama musicale che nella ripetizione
di se stesso aveva trovato il successo, nel corridoio scomodo di
un sentimentalismo semplicistico che rifugge dalla profondità
delle inafferrabili contraddizioni dell'amore, egli trova il modo
di distinguersi da quell'ipocrita innocenza senza per questo
diventare vittima del giogo commerciale che proprio allora
decollava grazie al nascente pubblico giovanile.
La
timida eco delle rivolte giovanili americane, la rabbia dei 'Beats"
era destinata a svilirsi nel gioco del successo commerciale
che inesorabilmente narcotizzava tutti nella formula del benessere
livellante, come gli "agnelli sconfitti" d'America
avrebbero detto, e soprattutto la canzone ufficiale si arrestava
nella banalità di una romanticheria unidimensionale e scontata
che però risponde misteriosamente alle esigenze di un pubblico di
massa che vuole sentirsi dire esattamente quello che già sa.
De
Andrè si piazzò in mezzo a questo finto inferno di
controcorrente, e a quell'idilliaco paradiso di sentimenti, per
cantare i non‑valori, l'individualità che sfugge non solo
ai moralistici livellamenti,
ma anche ad ogni sorta di fallace classificazione, cantando per
ridare dignità a chi negli angiporti vede scorrere la sua vita
tra stenti e pregiudizi.
Intellettuale
in crisi, certamente incapace almeno nella prima fase, di
riconoscersi tanto nella sua classe d'origine tanto in quella che
per logica d'opposizione sarebbe dovuta diventare la nuova
autoacquisita, in bilico tra un pubblico che in quel tempo
sembrava voler mettere in dubbio tutto fuorché la propria
innocenza morale, e l'inaspettata ascesa ai vertici delle
classifiche sempre nel luogo sbagliato, sempre al di là delle
aspettative, annoverato tra i "cattivi maestri" per poi
finire soffocato nella retorica degli altri, di rivoluzioni
assodate, che proprio come tali perdono qualsiasi carica innovativa.
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