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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Da Catullo a De Andrè   (pag.2)

 

Nella Roma antica che si adeguava ai nuovi compiti politici di stato Universale, a costo però di travagli dolorosi e conflitti sanguinosi, emerge tra tanta retorica imperialista e gloriosa, l'individualità catulliana, le bassezze del sentimentalismo soffocato dalle genericità dei valori civili che del vigore passionale dei debutti non avevano che la maschera superficiale; emergono le contraddizioni di un amore materiale, osceno, esibito nelle sue apparenti e demistificanti perversioni che proprio per la forza con cui sanno aderire alla concretezza della realtà quotidiana, rivendicano un posto di pari dignità accanto all'epica fastosa e ipocritamente edificante .

E nella ristrettezza di tale ambiente culturale Catullo non tarderà a divenire “cattivo maestro" di turno, che predica idee, atteggiamenti sovversivi, che travia la gioventù romana, strappandola ai doveri politici e civili che soli possono tributare dignità e onori all'onesto cittadino romano, “il peggiore dei poeti" a cui non si può perdonare né il programmatico distacco dalla tradizione della poesia epica arcaica tantomeno la spregiudicatezza con cui osa conferire dignità alle esperienze più degradanti dell'animo umano.

Ma si sa l'intellettuale nasce ed opera nel segno della contraddizione, del paradosso, dell'oscillante e instabile rapporto con un pubblico non immediatamente recettivo, e tra il disprezzo vituperante di una denominazione che della novità fa la peggiore delle colpe, gli amori di Catullo si fecero strada anticipando una sensibilità prossima a venire, e rispondendo prontamente alla stanchezza diffusa di chi aveva perso ormai ogni fiducia nel nobile fine dell'attività politica.

 

Egli innegabilmente mutò il suo panorama culturale, cogliendo anticipatamente i limiti di una cultura che non sapeva più toccare le corde segrete dell'anima, e proponendo allo stesso tempo nella semplicità delle passioni interiori, una soggettività che spontaneamente accomunava gran parte dei destinatari della propria opera.

A mio avviso, il presunto filo conduttore tra De Andrè e Catullo corre proprio lungo questa concentrazione esasperata e felice dell'individualità come assoluto metro di giudizio della realtà circostante e sfuggevole ad ogni sorta di antecedente o ulteriore incasellamento, e leale suggello di autenticità e sincerità.

Quasi che nel momento stesso in cui un principio o come dir si voglia sentimento, vista l'incontestabile comunanza d'origine, assume dimensioni generalizzate e "globalizzanti" esso perde totalmente ogni capacità di aderire alla concretezza della vita reale, finendo vittima di mistificazioni d'interesse, deformazioni abilmente giostrate dal potere, e come argomentazioni intellettuali più moderne e per questo non associabili al mondo catulliano hanno suggerito, vittima di compromettenti e opportunistiche restrizioni alla libertà individuale.

Come se fosse insita in qualche modo la paura della soggettività, del suo potenziale innovativo e sovvertitore degli assodati ordini sociali e civili, timore che per un attimo colloca questi artisti ai margini dell'ufficialità della cultura, laddove però essi possono trovare la loro giusta e opportuna collocazione.

Di contro all'inarrestabile massificazione delle esigenze prime dell'uomo, essi stagliano la complessità della dimensione interiore, la sua indicibilità, il suo scandalo, la sua disarmante abiezione e miseria, salvo poi scoprirne la nobiltà nella misteriosa armonia dell'arte che pare detergere da ogni dissonanza.

Ma inutile dire che i nostri due autori perseguono fini diversi e soprattutto lo fanno in epoche lontanissime e per questo non paragonabili attraverso metri comparativi in nostro possesso.

L'individualità del cantautore genovese ha un fine sociale, quasi radici politiche, anarchiche per meglio dire, uno studio attento dell'uomo che vive nell'angiporto, e del suo controeroe che si compiace di sé nel castello inargentato di ipocrisie, menzogne e vigliaccherie.

E a prevalere nel suo lungo percorso artistico non è un sentimentalismo intimistico pervaso dalla dimensione delle esperienze individuali che pure gode di certa meritata considerazione, la sua autenticità si risolve nella visitazione lucida e pietosa della fallacità di ogni tipo di considerazione gerarchizzante della natura umana, nella ricerca di una redenzione per i dannati che hanno odiato, ignorato o peggio scandalosamente smentito le regole del vivere associato.

 Da un punto di vista pratico questa differenza si può osservare per esempio nella trattazione dell'amore, inteso come sentimento sublime che nel segno della contraddizione sintonizza le diversità di due persone, in cui si riscontra una netta predilezione per quello che è al contrario l'anti‑valore , l'amore mercenario, il baratto di un effimero appagamento dei sensi per chi ormai appare pervaso e sopraffatto dalla vuotezza dell'empietà, della colpa sociale.

 

E il viaggio negli spettri della solitudine e dell'irripetibilità umana si concentra in De Andrè in un'esplorazione del male, dei luoghi deputati al male, all'ignominioso, al disonorevole, all'indecente, in cui riposano, segretamente e nascostamente le più celate espressioni dell'incoerenza umana.

   

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