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Da
Catullo a De Andrè
(pag.2)
Nella
Roma antica che si adeguava ai nuovi compiti politici di stato
Universale, a costo però di travagli dolorosi e conflitti
sanguinosi, emerge tra tanta retorica imperialista e gloriosa,
l'individualità catulliana, le bassezze del sentimentalismo
soffocato dalle genericità dei valori civili che del vigore
passionale dei debutti non avevano che la maschera superficiale;
emergono le contraddizioni di un amore materiale, osceno, esibito
nelle sue apparenti e demistificanti perversioni che proprio per
la forza con cui sanno aderire alla concretezza della realtà
quotidiana, rivendicano un posto di pari dignità accanto
all'epica fastosa e ipocritamente edificante .
E
nella ristrettezza di tale ambiente culturale Catullo non tarderà
a divenire “cattivo maestro"
di turno, che predica idee, atteggiamenti sovversivi, che travia
la gioventù romana, strappandola ai doveri politici e civili che
soli possono tributare dignità e onori all'onesto cittadino
romano, “il peggiore dei poeti" a cui non si può perdonare
né il programmatico distacco dalla tradizione della poesia epica
arcaica tantomeno la spregiudicatezza con cui osa conferire dignità
alle esperienze più degradanti dell'animo umano.
Ma
si sa l'intellettuale nasce ed opera nel segno della
contraddizione, del paradosso, dell'oscillante e instabile
rapporto con un pubblico non immediatamente recettivo, e tra il
disprezzo vituperante di una denominazione che della novità fa la
peggiore delle colpe, gli amori di Catullo si fecero strada
anticipando una sensibilità prossima a venire, e rispondendo
prontamente alla stanchezza diffusa di chi aveva perso ormai ogni
fiducia nel nobile fine dell'attività politica.
Egli
innegabilmente mutò il suo panorama culturale, cogliendo
anticipatamente i limiti di una cultura che non sapeva più
toccare le corde segrete dell'anima, e proponendo allo stesso
tempo nella semplicità delle passioni interiori, una soggettività
che spontaneamente accomunava gran parte dei destinatari della
propria opera.
A
mio avviso, il presunto filo conduttore tra De Andrè
e Catullo corre proprio lungo questa concentrazione
esasperata e felice dell'individualità come assoluto metro di
giudizio della realtà circostante e sfuggevole ad ogni sorta di
antecedente o ulteriore incasellamento, e leale suggello di
autenticità e sincerità.
Quasi
che nel momento stesso in cui un principio o come dir si voglia
sentimento, vista l'incontestabile comunanza d'origine, assume
dimensioni generalizzate e "globalizzanti"
esso perde totalmente ogni capacità di aderire alla
concretezza della vita reale, finendo vittima di mistificazioni
d'interesse, deformazioni abilmente giostrate dal potere, e come
argomentazioni intellettuali più moderne e per questo non
associabili al mondo catulliano hanno suggerito, vittima di
compromettenti e opportunistiche restrizioni alla libertà
individuale.
Come
se fosse insita in qualche modo la paura della soggettività, del
suo potenziale innovativo e sovvertitore degli assodati ordini
sociali e civili, timore che per un attimo colloca questi artisti
ai margini dell'ufficialità della cultura, laddove però essi
possono trovare la loro giusta e opportuna collocazione.
Di
contro all'inarrestabile massificazione delle esigenze prime
dell'uomo, essi stagliano la complessità della dimensione
interiore, la sua indicibilità, il suo scandalo, la sua
disarmante abiezione e miseria, salvo poi scoprirne la nobiltà
nella misteriosa armonia dell'arte che pare detergere da ogni
dissonanza.
Ma
inutile dire che i nostri due autori perseguono fini diversi e
soprattutto lo fanno in epoche lontanissime e per questo non
paragonabili attraverso metri comparativi in nostro possesso.
L'individualità
del cantautore genovese ha un fine sociale, quasi radici
politiche, anarchiche per meglio dire, uno studio attento
dell'uomo che vive nell'angiporto, e del suo controeroe che si
compiace di sé nel castello inargentato di ipocrisie, menzogne e vigliaccherie.
E
a prevalere nel suo lungo percorso artistico non è un
sentimentalismo intimistico pervaso dalla dimensione delle
esperienze individuali che pure gode di certa meritata
considerazione, la sua autenticità si risolve nella visitazione
lucida e pietosa della fallacità di ogni tipo di considerazione
gerarchizzante della natura umana, nella ricerca di una redenzione
per i dannati che hanno odiato, ignorato o peggio scandalosamente
smentito le regole del vivere associato.
Da
un punto di vista pratico questa differenza si può osservare per
esempio nella trattazione dell'amore, inteso come sentimento
sublime che nel segno della contraddizione sintonizza le diversità
di due persone, in cui si riscontra una netta predilezione per
quello che è al contrario l'anti‑valore , l'amore
mercenario, il baratto di un effimero appagamento dei sensi per
chi ormai appare pervaso e sopraffatto dalla vuotezza dell'empietà,
della colpa sociale.
E
il viaggio negli spettri della solitudine e dell'irripetibilità
umana si concentra in De Andrè in un'esplorazione del male, dei
luoghi deputati al male, all'ignominioso, al disonorevole,
all'indecente, in cui riposano, segretamente e nascostamente le più
celate espressioni dell'incoerenza umana.
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