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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

  La Donna e l'amore

 

Ma non può mancare nell'universo cantato la magica figura della donna, sempre presente in forma assoluta, quasi sintetica, rivisitata talora con sorridente affetto, o con dolente comprensione, sino a svelarne le identità più nascoste.

 

E all'ombra del mistero insondabile che avvolge inestricabilmente la figura femminile, nasce la febbrile attesa di Franziska abbandonata, "stanca di posare per un uomo che dipinge e non la può guardare". Moglie promessa a un bandito senza incanti e senza sogni, dietro l'opaco di una finestra vede consumato il suo amore malinconico, intriso di speranze abortite, privo di ricordi e denso di attese.

 

E certo lo chansonnier dei vinti, dei diseredati non avrebbe mai potuto scordare nel suo vasto repertorio, la più vasta delle esperienze umane, l'amore, che pure ritorna inesorabilmente in ogni vicenda cantata magari nell'autenticità della compassione, nella forma mascherata dell'identificazione con il diverso, ma che solo in alcune composizioni riesce a essere sublimato nell'intensa forza poetica di una voce profondamente assorta.

 

E nel vasto panorama di "Tintarella di luna", "L’Edera", "Finché la barca va", De Andrè riesce comunque ad imporsi anche nel momento in cui smette di prestare la sua voce ai segreti degli angiporti, per smentire ancora una volta le attese e insieme l'inevitabilità di quei limiti che la banalità dominante si era imposta in vista di un equo compromesso tra i mercati e la propria superficialità.

 

A ben vedere risulta. impossibile trovare una qualche frattura tra le composizioni consacrate esplicitamente all'amore e il resto del repertorio, essenzialmente perché in ognuna di esse traspira prepotentemente la leggerezza dell'individualità di un poeta teso al rafforzamento o intensificazione dei problemi o delle emozioni della vita quotidiana, in modo da renderne inevitabile la considerazione o la compartecipazione.

 

Così l'amore per De Andrè non è mai il trepidante sentimento che fa rima con "cuore" bensì il leopardiano "amor, di nostra vita, ultimo inganno", sempre inseguito come eterno ma sempre smentito dal caso.

 

E pure è anche l'illusoria dimensione di perennità a dare una fuggevole forma al sentimento, che nella disperata e vana ricerca di essere conservato, si scopre in tutte le sue ipocrisie, contraddizioni e rimpianti.

 

Finita la primavera fiorita, finita la passione, la sola tenerezza svogliata appare dolorosamente insufficiente, in attesa d'essere ricolmata con nuovi amori da ricoprire d'oro per l'inafferrabilità di " un bacio mai dato".

 

Ma nel finale rimpianto è da ravvisare comunque un sentimento che non può essere mai totalmente cancellato. "E fu la notte, la notte per noi, ‑ notte profonda sul nostro amore­e fu la fine di tutto per noi,‑ resta il passato e niente di più, ‑ ma se ti dico non t'amo più, ‑ sono sicuro di non dire il vero".

 

Insomma quello dell'amore è uno stato incerto, fuggevole, contraddittorio, lontano da leziosismi idealistici e presentato per quello che è: controversa alternanza di bene e male che è poi il fondo stesso dell'agire umano. Io t'ho amato sempre - e non t'ho amato mai, ‑ amore che vieni, amore che vai".

 

E non bastano a De Andrè le parole che egli stesso sa inventare per cantare l'amore incerto, per cantare la donna amante: egli unisce talvolta le sue parole a quelle dei poeti e canta con loro l'amore che fugge, il tempo che fugge.

 

Ed eccolo impegnato a riscrivere Pierre de Ronsard nella meditata consapevolezza dell'ineluttabilità di un destino avverso e implacabile, nella pacata rabbia che rinfaccia alla donna amata la fugacità delle lodi rifiutate e del proprio orgoglio alla luce di un'imminente quanto inevitabile vecchiaia di rimpianti.

 

Il sentimento della vita apprezzata nei suoi valori precari della giovinezza, della bellezza e dell'amore, induce De Andrè e prima Ronsard all'invito a godere dell'effimera primavera e delle effimere rose, e dell'effimera e "breve luce della vita prima che la notte eterna sopraggiunga", come Catullo avrebbe detto "Viviamo, mia Lesbia ed amiamo.... ‑Domani mille baci, poi altri cento, poi di seguito mille, poi ancora altri cento."

 

 

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