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Genova
Mentre le strade della Genova bene pullulavano di macchine,
pellicce ed abiti sfoggiati, ipocrisie e falsi moralismi, e gli
anni del boom economico si apprestavano a portare l’Italia in
una situazione inaspettatamente fiorente e ricca, Fabrizio De Andrè
si divertiva a smascherare la verità nelle sue banali incoerenze,
sbattendola violentemente e discretamente insieme al cospetto di
quei volti troppo certi d’essere sempre e comunque assolti.
Girovagando
per quei “quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi
raggi” riusciva sempre, in nome di un’autenticità scelta
senza dubbio come bandiera di vita, a sfuggire alle aspettative di
chi avrebbe ancora una volta voluto inglobarlo tra i portavoce
della cultura ufficiale, degli ufficiali ideali e dei sani
principi, trovandosi sempre nel luogo “sbagliato”.
Poi
si sedeva in una “corte”, che nel suo tempo assumeva
l’aspetto di una sala d’incisione, avendo sempre temuto il
rapporto diretto con il pubblico, e raccontava le storie
fantastiche d’altri mondi, di Marinella “scivolata in un fiume
a primavera”, di bocca di rosa e di altre vestali della
sessualità accanto a ladri e ad assassini, loro immaginari
compagni nella dissolutezza e nella consapevolezza di riportare
alla luce del sole le mistificazioni ipocrite del “si fa ma non
si dice”.
Storie
intrise di violenza, miseria e sopraffazione che la sua voce calda
ed eccezionalmente incisiva riesce a cogliere nel loro aspetto più
umano, al di là di qualsiasi soffio di sufficienza o
commiserazione, ma governata da un lucido, pietoso disincanto che
coraggiosamente rivendica il diritto di esserci per tutti coloro
che “anche se non sono gigli – son pur sempre figli, vittime
di questo mondo”.
La
forza di una confessione immediata e bruciante, insieme scettica e
ingenua, crudele e delicata, si attua nella modificazione e
arricchimento di schemi letterari che già individualmente si
erano distinti per le notevoli risorse emotive dell’espressione
e che divengono per lui modelli insostituibili: Brassens, ma anche
Villon ed Edgar Lee Masters.
In
particolare con Villon si viene a creare un’intesa immediata
che, a parte essere dichiarata esplicitamente in una frase di cui
De Andrè lo definisce ”poeta della carità, per lo scandalo
delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare
inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal
suo canto e toccano il cuore e la mente di chi legge”, si
precisa nell’impressione che il nostro cantante dipinge in una
tela già tessuta dal suo precursore, nella commedia umana che
amalgama, senza soluzione di continuità, Eden, Inferno e Gioia
dei sensi.
E
si tratta senza dubbio di un precursore illustre, se è vero che
Villon seppe arricchire quei topoi della miseria, del vizio, della
provocazione e della sfida ereditati dai goliardi italiani come
Cecco Angiolieri (peraltro ripreso dallo stesso De Andrè), in un
più incisivo significato esistenziale ed espressivo di gran lunga
più moderno rispetto ai precedenti.
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