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  Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

   

Genova

  Mentre le strade della Genova bene pullulavano di macchine, pellicce ed abiti sfoggiati, ipocrisie e falsi moralismi, e gli anni del boom economico si apprestavano a portare l’Italia in una situazione inaspettatamente fiorente e ricca, Fabrizio De Andrè si divertiva a smascherare la verità nelle sue banali incoerenze, sbattendola violentemente e discretamente insieme al cospetto di quei volti troppo certi d’essere sempre e comunque assolti.

Girovagando per quei “quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” riusciva sempre, in nome di un’autenticità scelta senza dubbio come bandiera di vita, a sfuggire alle aspettative di chi avrebbe ancora una volta voluto inglobarlo tra i portavoce della cultura ufficiale, degli ufficiali ideali e dei sani principi, trovandosi sempre nel luogo “sbagliato”.

Poi si sedeva in una “corte”, che nel suo tempo assumeva l’aspetto di una sala d’incisione, avendo sempre temuto il rapporto diretto con il pubblico, e raccontava le storie fantastiche d’altri mondi, di Marinella “scivolata in un fiume a primavera”, di bocca di rosa e di altre vestali della sessualità accanto a ladri e ad assassini, loro immaginari compagni nella dissolutezza e nella consapevolezza di riportare alla luce del sole le mistificazioni ipocrite del “si fa ma non si dice”.

Storie intrise di violenza, miseria e sopraffazione che la sua voce calda ed eccezionalmente incisiva riesce a cogliere nel loro aspetto più umano, al di là di qualsiasi soffio di sufficienza o commiserazione, ma governata da un lucido, pietoso disincanto che coraggiosamente rivendica il diritto di esserci per tutti coloro che “anche se non sono gigli – son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

La forza di una confessione immediata e bruciante, insieme scettica e ingenua, crudele e delicata, si attua nella modificazione e arricchimento di schemi letterari che già individualmente si erano distinti per le notevoli risorse emotive dell’espressione e che divengono per lui modelli insostituibili: Brassens, ma anche Villon ed Edgar Lee Masters.

In particolare con Villon si viene a creare un’intesa immediata che, a parte essere dichiarata esplicitamente in una frase di cui De Andrè lo definisce ”poeta della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal suo canto e toccano il cuore e la mente di chi legge”, si precisa nell’impressione che il nostro cantante dipinge in una tela già tessuta dal suo precursore, nella commedia umana che amalgama, senza soluzione di continuità, Eden, Inferno e Gioia dei sensi.

E si tratta senza dubbio di un precursore illustre, se è vero che Villon seppe arricchire quei topoi della miseria, del vizio, della provocazione e della sfida ereditati dai goliardi italiani come Cecco Angiolieri (peraltro ripreso dallo stesso De Andrè), in un più incisivo significato esistenziale ed espressivo di gran lunga più moderno rispetto ai precedenti.

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