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Storia di un impiegato
E
dalla magicità di un’emozione vissuta come unica linfa di vita
si passa poi ad una breve parentesi più immediatamente legata
alle istanze civili e politiche del tempo, ad un nuovo
concept-album destinato a mettere in secondo piano il lascito
emotivo, mai comunque assente.
Giungiamo
così a “Storia di un impiegato” in cui De Andrè sembra
superare la sua condizione di intellettuale in crisi, incapace di
identificarsi in un determinato contesto sociale, per riconoscersi
parte attiva con e tra quegli stessi dannati cantati negli anni
precedenti, i quali proprio in quel periodo incominciavano a
politicizzarsi, lottando anche da dentro le carceri contro il
carcere stesso e il sistema che lo produceva.
E’
la storia di un uomo che, con anni di ritardo, si accorge di avere
le stesse pulsioni ribellistiche dei “cuccioli di maggio”, dei
giovani che erano stati protagonisti delle lotte del ’68.
Alla
sua voglia di ribellione, però, non corrisponde un passaggio di
classe, ossia un’adesione ad una progettualità collettiva di
modificazione dello stato di cose esistenti.
Il
ribelle, nato impiegato e quindi borghese, non può che immaginare
il gesto individuale : la bomba anarchica.
Il
fallimento della sua azione non consisterà solamente nell’avere
sbagliato mira, facendo esplodere un chiosco di giornali anziché
i parlamentari, ma anche nell’avere rinnovato l’arroganza e
l’invidia del potere, diventando potere egli stesso.
Quel
passaggio dall’io al noi che caratterizza l’inizio, il
percorso e la conclusione di “Storia di un impiegato”,
riscatta la storia del piccolo-borghese, che nella sua
frustrazione di non essere accettato né dall’alta borghesia né
dal proletariato che lo guarda con diffidenza, esprime l’ultimo
impulso della ribellione in un gesto di rivolta, peraltro
fallimentare, che lo porterà dritto in carcere.
Dunque
“dall’io al noi” è appunto ciò che l’impiegato impara
dietro le sbarre “tra gli altri vestiti uguali”.
In
realtà alla fine De Andrè non si riconoscerà totalmente in
questo concept-album e successivamente, quasi a voler riaffermare
l’individualismo della sua figura di intellettuale critico, si
dedicherà ad alcune traduzioni di Choen, Dylan e Brassens per
approdare poi a “Volume VIII” in collaborazione con De Gregori.
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