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Intellettuali
in un sistema in crisi
(pag.1)
Ma
dacché mondo è mondo, la funzione dell'intellettuale non
consiste certo nel fare della propria arte il semplice veicolo di
diffusione dei valori correnti, dicendo quello che già si sa e
anzi limitandosi a condividere e far propri gli obiettivi dei ceti
dominanti, ma la sua attività creativa deve, per poter essere
definita tale, collocarsi nell'ambito del contrasto e dello
scandalo, senza cedere ad accomodanti compromessi con i bisogni e
la coscienza di un dato ceto sociale.
L'espressione
artistica deve nascere all'interno della quotidianità e
sovvertirne la familiarità in modo tale che L'inneffabile venga
pronunciato, l'invisibile visto e l'intollerabile esploda"
(Marcuse) innescando così un meccanismo di vasta portata sociale
in grado di sprigionare nell'individualità tutte le energie
antiautoritarie e antitotalitarie.
"Un'intellettuale
deve
sempre essere un po' maledetto, eterno e miserabile esule su
questa terra" (Guy de Maupassant).
Rifiutando sdegnosamente i facili accostamenti e gli
altrettanti facili lauri che il potere riconosce a chiunque
accetti e condivida i suoi fini, deve mettere a servizio della
verità pratica la sua attività professionale e la sua funzione,
senza mai tradire la sua vera essenza: la proprietà
dell'anticipazione.
La
storia di Fabrizio De Andrè
è la storia di un coraggioso, è la storia di una scelta
politica e culturale che non ha mai ceduto alle sirene delle
facili audiences della massa consumatrice anche quando le sue
truppe più fedeli di un tempo sono passate dall'altra parte della
barricata, sostituendosi al potere che avevano combattuto.
Privilegiando
via via o figure archetipe del disagio e dell'oppressione (gli
Indiani, i Pastori sardi) o le nuove esclusioni che sottendono il
razzismo e l'ignoranza nel tempo stesso non ha mai rinunciato alla
sdegnosa lotta contro l'arroganza, la prevaricazione, la violenza
dei piccoli e dei grandi borghesi.
Quando
ha visto compiersi il genocidio culturale preannunciato da
Pasolini &C nel nichilismo euforico e pago di sé", De Andrè
con ancora più ostinazione ha marciato controvento
incidendo "Creuza de
Ma", un album difficile, tutto in lingua genovese che
anticipa tutte quelle riflessioni che saranno portate a compimento
ne le "Nuvole".
A
protagonizzare la scena la stessa umanità di sempre, con una
rivendicazione in più, quella delle identità e della dignità
storica, attraverso l'idioma "vero", non quello
italianizzato simile a quello della borghesia, ridotto a puro
suono e privo di modelli culturali e corrispondenze effettive,
bensì quello del popolo: il dialetto è il popolo e il popolo è
l'autenticità.
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