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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Intellettuali in un sistema in crisi (pag.1)   

Ma dacché mondo è mondo, la funzione dell'intellettuale non consiste certo nel fare della propria arte il semplice veicolo di diffusione dei valori correnti, dicendo quello che già si sa e anzi limitandosi a condividere e far propri gli obiettivi dei ceti dominanti, ma la sua attività creativa deve, per poter essere definita tale, collocarsi nell'ambito del contrasto e dello scandalo, senza cedere ad accomodanti compromessi con i bisogni e la coscienza di un dato ceto sociale.

 

L'espressione artistica deve nascere all'interno della quotidianità e sovvertirne la familiarità in modo tale che L'inneffabile venga pronunciato, l'invisibile visto e l'intollerabile esploda" (Marcuse) innescando così un meccanismo di vasta portata sociale in grado di sprigionare nell'individualità tutte le energie antiautoritarie e antitotalitarie.

 

"Un'intellettuale deve sempre essere un po' maledetto, eterno e miserabile esule su questa terra" (Guy de Maupassant). Rifiutando sdegnosamente i facili accostamenti e gli altrettanti facili lauri che il potere riconosce a chiunque accetti e condivida i suoi fini, deve mettere a servizio della verità pratica la sua attività professionale e la sua funzione, senza mai tradire la sua vera essenza: la proprietà dell'anticipazione.

 

La storia di Fabrizio De Andrè è la storia di un coraggioso, è la storia di una scelta politica e culturale che non ha mai ceduto alle sirene delle facili audiences della massa consumatrice anche quando le sue truppe più fedeli di un tempo sono passate dall'altra parte della barricata, sostituendosi al potere che avevano combattuto.

 

Privilegiando via via o figure archetipe del disagio e dell'oppressione (gli Indiani, i Pastori sardi) o le nuove esclusioni che sottendono il razzismo e l'ignoranza nel tempo stesso non ha mai rinunciato alla sdegnosa lotta contro l'arroganza, la prevaricazione, la violenza dei piccoli e dei grandi borghesi.

 

Quando ha visto compiersi il genocidio culturale preannunciato da Pasolini &C nel nichilismo euforico e pago di sé", De Andrè con ancora più ostinazione ha marciato controvento incidendo "Creuza de Ma", un album difficile, tutto in lingua genovese che anticipa tutte quelle riflessioni che saranno portate a compimento ne le "Nuvole".

 

A protagonizzare la scena la stessa umanità di sempre, con una rivendicazione in più, quella delle identità e della dignità storica, attraverso l'idioma "vero", non quello italianizzato simile a quello della borghesia, ridotto a puro suono e privo di modelli culturali e corrispondenze effettive, bensì quello del popolo: il dialetto è il popolo e il popolo è l'autenticità.

    

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