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Intellettuali
in un sistema in crisi
(pag.3)
Da
incorruttibile anarchico De Andrè
ha intravisto quella spietata normalità, cantando il senso
e il valore di rottura morale, civile, comportamentale che ha
proprio oggi la solitudine.
Ora
la sua solitudine che è però subito e sempre cosa degli altri,
vissuta con dignità, orgoglio o con il disperato sconforto
dell'abbandono, diventa la trama di una terribile accusa
all'alienazione borghese, ad un mondo maggioritario che rifiuta di
riconoscersi in quegli universi spirituali e in quei comportamenti
che appartengono alle infinite minoranze.
De
Andrè non ha abbandonato i vicoli umidi della Genova malfamata,
non ha dimenticato i respinti, gli ultimi, le Marinelle di fine
secolo, le graziose di una nuova Via del Campo, ma con la coerenza
di sempre ha continuato a viaggiare in "direzione ostinata e
contraria", rivolgendosi con la lucida ingenuità di sempre
alla "rnano che illumina le stelle", chiedendole uno
sbaglio, uno sgarro alla regola per i servi disobbedienti.
Quando
da giovane De Andrè cantava della Terra al di sopra del cielo, di
Dio che diventa uomo per porre fine al primo di tutti gli inganni,
un altro grande, scomodo eretico infastidiva il quieto vivere di
chi confondeva e confonde l'ipocrisia con la virtù.
Era
la voce di Pier Paolo Pasolini che certo inconsapevolmente
viaggiava in sintonia con il pietoso ordire del cantautore
genovese, costruendo quell'inconscia affinità elettiva tra i due
solitari maledetti intellettuali lungo la rivendicazione di una
radicale diversità, e un'opposizione inesausta al mondo borghese,
alla sua razionalità alienante e distruttiva.
Su
uno sfondo di volgarità di ricchezze ostentate, dell'ignoranza
elevata a valore, dello spettacolo totalizzante del dominio
capitalistico sulle cose e sugli uomini entrambi collocano lo
stesso universo di ladri, assassini, puttane, diseredati, il loro
Cristo, uomo e ribelle sconfitto da ragioni di Stato e di
"bottega".
Alla
base vi e probabilmente una comune identificazione del proprio
ruolo intellettuale, la consacrazione della propria arte e insieme
della propria vita all'indignazione declamata e ostentata verso
quel mondo stravolto dall'adorazione dei feticci che ha reso i più
"larvali calchi di un [ ... ] modo di essere e di concepire
l'essere: quello piccolo‑borghese "
(P. Pasolini).
"Prodotto
di società lacerate, l'intellettuale è un loro testimone, poiché
ne ha interiorizzato la lacerazione" (Sartre).
Prendendo
coscienza dell'opposizione onnipresente tra la ricerca della verità
pratica e l'ideologia dominante, entrambi hanno disvelato le
contraddizioni fondamentali della società, il conflitto organico
in seno allo stesso ceto predominante tra la verità che esso
reclama per la sua impresa e le mistificazioni, i valori, le
tradizioni di cui si serve, infettando le altre classi, per
assicurarsi l'egemonia.
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