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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Intellettuali in un sistema in crisi (pag.3)   

Da incorruttibile anarchico De Andrè ha intravisto quella spietata normalità, cantando il senso e il valore di rottura morale, civile, comportamentale che ha proprio oggi la solitudine.

 

Ora la sua solitudine che è però subito e sempre cosa degli altri, vissuta con dignità, orgoglio o con il disperato sconforto dell'abbandono, diventa la trama di una terribile accusa all'alienazione borghese, ad un mondo maggioritario che rifiuta di riconoscersi in quegli universi spirituali e in quei comportamenti che appartengono alle infinite minoranze.

 

De Andrè non ha abbandonato i vicoli umidi della Genova malfamata, non ha dimenticato i respinti, gli ultimi, le Marinelle di fine secolo, le graziose di una nuova Via del Campo, ma con la coerenza di sempre ha continuato a viaggiare in "direzione ostinata e contraria", rivolgendosi con la lucida ingenuità di sempre alla "rnano che illumina le stelle", chiedendole uno sbaglio, uno sgarro alla regola per i servi disobbedienti.

Quando da giovane De Andrè cantava della Terra al di sopra del cielo, di Dio che diventa uomo per porre fine al primo di tutti gli inganni, un altro grande, scomodo eretico infastidiva il quieto vivere di chi confondeva e confonde l'ipocrisia con la virtù.

 

Era la voce di Pier Paolo Pasolini che certo inconsapevolmente viaggiava in sintonia con il pietoso ordire del cantautore genovese, costruendo quell'inconscia affinità elettiva tra i due solitari maledetti intellettuali lungo la rivendicazione di una radicale diversità, e un'opposizione inesausta al mondo borghese, alla sua razionalità alienante e distruttiva.

 

Su uno sfondo di volgarità di ricchezze ostentate, dell'ignoranza elevata a valore, dello spettacolo totalizzante del dominio capitalistico sulle cose e sugli uomini entrambi collocano lo stesso universo di ladri, assassini, puttane, diseredati, il loro Cristo, uomo e ribelle sconfitto da ragioni di Stato e di "bottega".

 

Alla base vi e probabilmente una comune identificazione del proprio ruolo intellettuale, la consacrazione della propria arte e insieme della propria vita all'indignazione declamata e ostentata verso quel mondo stravolto dall'adorazione dei feticci che ha reso i più "larvali calchi di un [ ... ] modo di essere e di concepire l'essere: quello piccolo‑borghese " (P. Pasolini).

 

"Prodotto di società lacerate, l'intellettuale è un loro testimone, poiché ne ha interiorizzato la lacerazione" (Sartre).

 

Prendendo coscienza dell'opposizione onnipresente tra la ricerca della verità pratica e l'ideologia dominante, entrambi hanno disvelato le contraddizioni fondamentali della società, il conflitto organico in seno allo stesso ceto predominante tra la verità che esso reclama per la sua impresa e le mistificazioni, i valori, le tradizioni di cui si serve, infettando le altre classi, per assicurarsi l'egemonia.

 

 

    

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