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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Intellettuali in un sistema in crisi (pag.13) 

Il cantautore scrive il suo "dramma", fatto di note e di parole, di accordi e di frasi, lo mette in scena in tutta la sua ineludibile responsabilità d'opposizione, intensificandone il senso nell'interna curvatura melodica del verso, accompagnandolo da una lontananza fantastica, allusiva, epicizzante propria del cantastorie popolare, e instaurando' un rapporto diretto con il singolo che, disperso nella boscaglia, se avrà orecchie da intendere capirà quanto vicino gli possa diventare il suo canto.

 

Si tratta di un linguaggio assolutamente inedito al mondo borghese, poco consono alla sua entusiasmante e disperdente massificazione di ogni esperienza singolare ed individuale, la cui opposizione era destinata a non acquietarsi nel limbo delle pur prolifiche contraddizioni al sistema , ma indirizzata verso un qualcosa di più, un retroterra culturale ed esistenziale che contiene in sé tutte le sfumature indecifrabili di un mondo avviato alla radicalizzazione del contrasto tra gruppi di potere economici e politici, persi nella loro corsa all'egernonia, e il margine dei semplici , dei "senza potere" di Antonio Gramsci.

 

La sua canzone diventa presto un atto di conoscenza personalmente pensata , immaginata, narrata, dei rapporti e conflitti presenti nella vita civile, sociale, ideale di tutti, con lui che è dunque fuori di essi a guardare e dentro di essi a cantare.

 

Intanto dalla voce soffocata e sofferta di un Pasolini ormai eroso dall'amarezza giungeva l'annuncio profetico di " un mondo di morte" in tutto il suo drammatico terrore, in tutta la sua adombrante tragicità, il mondo assordante dell'accettazione acritica di archetipi culturali globalizzanti e spersonalizzati, il mondo piatto e strumentale dell'inconscia conquista di nuove armi materiali alla ricerca di un cielo inesplorato.

 

Per De Andrè il vero cielo inesplorato era quello degli esclusi, era quello della canzone scritta nella propria multidimensionalità, nella propria poliedrica e insostituibile essenza di singolo; per Pasolini il vero paradosso era quello della coerenza portata alle estreme conseguenze, era quello della verità scelta come unico credo, unico grido di battaglia in tutta la sua profondità viscerale ed esistenziale.

 

Per entrambi il cielo del profitto, del guadagno sempre e a tutti i costi nel soddisfacimento di effimeri palliativi alla propria vacuità morale , il cielo di un progresso che disorienta i suoi fini dal miglioramento delle condizioni dell'umanità, intendendo un'umanità senza distinzioni e senza esclusioni di inferiorità, era un cielo arido, raggelato dal progressivo dilagare dell'indifferenza, che conteneva in sé tutta l'ineluttabilità di un meccanismo avviato e irrecuperabile tutta l'inevitabilità e l'improvvis azione della fine dell'esistenza e di tutto ciò che le conferisce felicità e spontaneità.

     

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