|
Intellettuali
in un sistema in crisi
(pag.13)
Il
cantautore scrive il suo "dramma", fatto di note e di
parole, di accordi e di frasi, lo mette in scena in tutta la sua
ineludibile responsabilità d'opposizione, intensificandone il
senso nell'interna curvatura melodica del verso, accompagnandolo
da una lontananza fantastica, allusiva, epicizzante propria del
cantastorie popolare, e instaurando' un rapporto diretto con il
singolo che, disperso nella boscaglia, se avrà orecchie da
intendere capirà quanto vicino gli possa diventare il suo canto.
Si
tratta di un linguaggio assolutamente inedito al mondo borghese,
poco consono alla sua entusiasmante e disperdente massificazione
di ogni esperienza singolare ed individuale, la cui opposizione
era destinata a non acquietarsi nel limbo delle pur prolifiche
contraddizioni al sistema , ma indirizzata verso un qualcosa di più,
un retroterra culturale ed esistenziale che contiene in sé tutte
le sfumature indecifrabili di un mondo avviato alla
radicalizzazione del contrasto tra gruppi di potere economici e
politici, persi nella loro corsa all'egernonia, e il margine dei
semplici , dei "senza potere" di Antonio Gramsci.
La
sua canzone diventa presto un atto di conoscenza personalmente
pensata , immaginata, narrata, dei rapporti e conflitti presenti
nella vita civile, sociale, ideale di tutti, con lui che è dunque
fuori di essi a guardare e dentro di essi a cantare.
Intanto
dalla voce soffocata e sofferta di un Pasolini ormai eroso
dall'amarezza giungeva l'annuncio profetico di "
un mondo di morte" in tutto il suo drammatico terrore,
in tutta la sua adombrante tragicità, il mondo assordante
dell'accettazione acritica di archetipi culturali globalizzanti e
spersonalizzati, il mondo piatto e strumentale dell'inconscia
conquista di nuove armi materiali alla ricerca di un cielo
inesplorato.
Per
De Andrè il vero
cielo inesplorato era quello degli esclusi, era quello della
canzone scritta nella propria multidimensionalità, nella propria
poliedrica e insostituibile essenza di singolo; per Pasolini il
vero paradosso era quello della coerenza portata alle estreme
conseguenze, era quello della verità scelta come unico credo,
unico grido di battaglia in tutta la sua profondità viscerale ed
esistenziale.
Per
entrambi il cielo del profitto, del guadagno sempre e a tutti i
costi nel soddisfacimento di effimeri palliativi alla propria
vacuità morale , il cielo di un progresso che disorienta i suoi
fini dal miglioramento delle condizioni dell'umanità, intendendo
un'umanità senza distinzioni e senza esclusioni di inferiorità,
era un cielo arido, raggelato dal progressivo dilagare
dell'indifferenza, che conteneva in sé tutta l'ineluttabilità di
un meccanismo avviato e irrecuperabile tutta l'inevitabilità e
l'improvvis azione della fine dell'esistenza e di tutto ciò che
le conferisce felicità e spontaneità.
|