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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Intellettuali in un sistema in crisi (pag.14) 

Pasolini scriveva contro il "linguaggio dell'azienda, puramente comunicativo " dell'industria e del consumismo, ponendosi il problema di un annichilimento irrecuperabile dell'identità 'antropologica e culturale, come risultato imprescindibile di una pericolosa meccanizzazione delle attività umane, contro la quale la libertà dell'uorno doveva essere riaffermata, a partire dall'ambito letterario , all'interno del quale sarebbe dovuto spettare agli intellettuali il dovere di riesumare l'espressività linguistica di contro alla mera comunicatività del mercato.

 

Il percorso di questi due intellettuali fin dall'inizio ebbe direzioni parallele e fino alla fine essi paiono legati da una misteriosa corrispondenza di intenti.

 

Cos'è la canzone per De Andrè se non la risposta chiara, sincera a quell'imperativo morale e intellettuale che Pasolini aveva indicato come unica via d'uscita dalla nullità narcotizzante del consumismo?.

 

Cos'è la canzone per De Andrè se non un porsi nella propria individuale esperienza di fronte ad un mondo vissuto prima che cantato, imponendo la propria diversità e quella delle minoranze incomprese dalle opportunistiche distinzioni, sottraendosi ai luoghi comuni di un ideale sostenuto solo in quanto strumento di potere e servendosi di un linguaggio capace di aderire tanto al quotidiano quanto all'individuale sensibilità di ogni ascoltatore?.

 

Ecco allora che la questione circa la poeticità come carattere discriminante di una degna o indegna esperienza artistica diventa assolutamente secondaria, anzi eludibile, essendo soverchiata da un senso certamente più penetrante che la canzone d'autore può svolgere all'interno della società di oggi, o precauzionalmente del secolo appena trascorso.

 

Tra giovani condannati ad una " faziosa passività", ad "una atroce afasia, brutale assenza di capacità critiche", la "presenza, anche di uno solo, che non si lascia imbrogliare, può fornire un primo punto di vantaggio".

 

Questo "uno solo , casuale, ignoto, perso nei rigurgiti e nelle pause dell'anonima folla che sosta, si disperde, va verso le sue case con i suoi poveri sogni" prima ebbe il sangue e la magicità scottante della verità nel corpo squarciato e assassinato di Pier Paolo Pasolini, nella sua "notte sbagliata" di periferia, nella condanna che la subdola violenza del potere precostituito gli inflisse ancora prima di ucciderlo nell'amarezza.

  

Questo "uno solo" prese poi la voce calda e sensuale del poeta degli ultimi, il suo sguardo misterioso coperto da una mezza frangia adombrante la sua timida sicurezza, tipica di chi rifiuta qualsiasi categoria che non aderisca perfettamente alla propria originalità, la compartecipazione impietosa delle devastazioni laceranti di una maggioranza ipocrita e opportunistica.  

 

Questo "uno solo" prese forma nelle poesie musicate di De Andrè, nel suo volto sconcertato, nelle sue mani " ALLA FINE DELLE QUALI INCOMINCIAVA SEMPRE UNA CHITARRA".

  

     

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