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Una voce per gli esclusi :Tra musica e poesia

Fabrizio de Andrè 

Saggio

di Maria Francesca Murru

Introduzione (pag.1)

Banchieri, pizzicagnoli, notai, - coi ventri obesi e le mani sudate - coi Fabrizio de Andrè cuori a forma di salvadanaio… giudici eletti uomini di legge - noi che danziam nei vostri sogni ancora – siamo l’umano desolato gregge - di chi morì con il nodo alla gola -…- Quanti innocenti all’orrenda agonia - votaste decidendone la sorte - e quanto giusta credete che sia - una sentenza che decreta morte”.

Alla poesia pura addice solo il silenzio, la quiete che rende intimamente complici di un miracolo ai limiti della coscienza, segretamente partecipi della più rara occasione di divenire, anche solo per un istante, artefici di un mondo troppo complesso e ingarbugliato per vederci ancora una volta incontestati ed incontestabili egemoni.

La poesia è forse una perfezione momentanea di idee che costituisce magici ponti con la natura che ci ospita e che immancabilmente non cessa di ricordarci che ogni intuizione al di là dei sensi è un’eccezione, una pozza d’acqua limpida che ritrae i nostri sogni in mezzo ad un aspro deserto.

Chi corre più in fretta del tempo, chi lo inganna nel suo testardo seppellire ciò che pare essere ormai passato, chi in esso si immerge e da esso riaffiora con uno strano biglietto di andata e ritorno per distribuire emozioni e scoprire una regola, una ripetitività al di là di tutto e un piccolo rifugio di onnipotenza e disincanto, certo merita di essere definito poeta.

E se la poesia è tutto ciò che avresti voluto dire ma, per ironia del caso, è rimasto impigliato negli oscuri anfratti della mente e per altrettanto ironico gioco l’hai trovato poi scritto esattamente come tu avresti voluto su una pagina e per un istante ti pare di aver capito ciò che prima non distinguevi, conscio d’essere diventato intimamente complice di un miracolo oltre i confini della coscienza, allora certo l’autore dei versi citati all’inizio può annoverarsi senza discussioni tra coloro che già da tempo hanno meritato l’arrovellarsi di critici e studiosi su loro possibili classificazioni e distinzioni.

Per De Andrè questo non è ancora successo, essenzialmente perché non ce n’è stato il tempo, e ciò rende senza dubbio più avvincente e insieme più pericoloso l’addentrarsi in un terreno ancora così inesplorato.

Da un lato si ha l’impressione di essere completamente liberi, dall’altro è inevitabile il rischio di incorrere in un’impresa un po’ troppo ardua, che certo ha avuto illustri precursori ma che pare conservare una freschezza che mal si addice ad un tentativo di sviscerare la materia in questione in modo freddo e accademico.

 

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