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Introduzione (pag.1)
“Banchieri,
pizzicagnoli, notai, - coi ventri obesi e le mani sudate - coi
cuori a forma di salvadanaio… giudici eletti uomini di legge -
noi che danziam nei vostri sogni ancora – siamo l’umano
desolato gregge - di chi morì con il nodo alla gola -…- Quanti
innocenti all’orrenda agonia - votaste decidendone la sorte - e
quanto giusta credete che sia - una sentenza che decreta morte”.
Alla
poesia pura addice solo il silenzio, la quiete che rende
intimamente complici di un miracolo ai limiti della coscienza,
segretamente partecipi della più rara occasione di divenire,
anche solo per un istante, artefici di un mondo troppo complesso e
ingarbugliato per vederci ancora una volta incontestati ed
incontestabili egemoni.
La
poesia è forse una perfezione momentanea di idee che costituisce
magici ponti con la natura che ci ospita e che immancabilmente non
cessa di ricordarci che ogni intuizione al di là dei sensi è
un’eccezione, una pozza d’acqua limpida che ritrae i nostri
sogni in mezzo ad un aspro deserto.
Chi
corre più in fretta del tempo, chi lo inganna nel suo testardo
seppellire ciò che pare essere ormai passato, chi in esso si
immerge e da esso riaffiora con uno strano biglietto di andata e
ritorno per distribuire emozioni e scoprire una regola, una
ripetitività al di là di tutto e un piccolo rifugio di
onnipotenza e disincanto, certo merita di essere definito poeta.
E
se la poesia è tutto ciò che avresti voluto dire ma, per ironia
del caso, è rimasto impigliato negli oscuri anfratti della mente
e per altrettanto ironico gioco l’hai trovato poi scritto
esattamente come tu avresti voluto su una pagina e per un istante
ti pare di aver capito ciò che prima non distinguevi, conscio
d’essere diventato intimamente complice di un miracolo oltre i
confini della coscienza, allora certo l’autore dei versi citati
all’inizio può annoverarsi senza discussioni tra coloro che già
da tempo hanno meritato l’arrovellarsi di critici e studiosi su
loro possibili classificazioni e distinzioni.
Per
De Andrè questo non è ancora successo, essenzialmente perché
non ce n’è stato il tempo, e ciò rende senza dubbio più
avvincente e insieme più pericoloso l’addentrarsi in un terreno
ancora così inesplorato.
Da
un lato si ha l’impressione di essere completamente liberi,
dall’altro è inevitabile il rischio di incorrere in
un’impresa un po’ troppo ardua, che certo ha avuto illustri
precursori ma che pare conservare una freschezza che mal si addice
ad un tentativo di sviscerare la materia in questione in modo
freddo e accademico.
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