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Fabrizio de andrè di  maria francesca murru 

Introduzione (pag.2)

E certo la scelta di porre il cantautore genovese al centro di una vasta rete di collegamenti che lo associa ad altri grandi come Pasolini, Catullo e Baudelaire, non credo meriti una legittimazione se si riconosce alla poesia quella portata individuale e personale di cui lo stesso Mario Luzi si è fatto portavoce.

Ma questa sede pare, in qualche modo, costringermi a fare una ultima, spero rimanga tale, concessione a ciò che tradizionalmente conserva lo scettro nelle dotte disquisizioni scolastiche e che ha il grande merito di rendere, a mio modesto parere, le pagine dei classici quanto più possibile lontane dalla sensibilità degli studenti in ascolto.

In questo frangente l’esigenza di oggettività non potrebbe in alcun modo ignorare nonché evitare di inoltrarsi in quella logora polemica che verte sulla liceità di considerare Fabrizio De Andrè poeta o più semplicemente cantautore, assegnando all’una o all’altra definizione più o meno grandi riconoscimenti.

C’è chi atterrisce alla sola idea di veder considerare i secondi allo stesso livello dei primi, irrigidendosi nella tradizionale distinzione che vede i cantautori come una sorta di sottospecie di poeti.

Ma tralasciando improbabili classifiche di meriti e demeriti, è opportuno senz’altro prendere coscienza dell’eventualità di iniziare a considerare i cantautori come gli epigoni della grande stagione poetica novecentesca, le nuove figure di pensatori e intellettuali moderni.

E senza dubbio essi, pur essendo figure ibride per eccellenza, una via di mezzo tra intellettuali, musicisti e compositori, inevitabilmente si sono imposti nella scena culturale del secolo appena trascorso incuneandosi  nell’universo della tradizione orale e popolare, divenendo ago di una bilancia in continua oscillazione tra l’assoggettamento alle tendenze di mercato ed una originale interpretazione delle inquietudini della modernità. Vale forse la pena di riportare in vita l’antica idea di cantastorie e menestrello che ci riporta in mente forse uno degli elementi culturali più fervidi ed intensi del Medioevo, ci immerge nelle corti misteriose rallegrate dalle voci di chi, con un briciolo di gradita immaginazione personale, recava notizie dal resto del mondo, e dopo aver girovagato per terre lontane e sconosciute incantava il pubblico con paesaggi e figure fantastici.

L’accostamento del cantautore genovese a questi personaggi medioevali appare quanto mai ricco di spunti e analogie, se è vero che gli antichi cantori ambulanti erano dei bohèmiens ante litteram, quasi dei precursori di tutti quegli intellettuali che vivendo in epoche di transizione si trovano in qualche modo ad essere avulsi dalla società, non rinunciando per questo ad un accentuata vena polemica nei confronti della cultura dominante e ad una orgogliosa rivendicazione del proprio spirito liberatorio e indipendente.

“Il vagans è un chierico, o scolaro, un frate fuggiasco o uno studente fallito, privo d’ogni rispetto per la Chiesa e per le classi dominanti, è un ribelle e un libertino, che insorge per principi contro ogni tradizione e costume.”

Insita nella sua personalità è la necessità di viaggiare, il rifiuto di una piena integrazione in un contesto sociale anziché in un altro risulta causa diretta della sua esigenza impellente di sfuggire alle regole, non soggiacere a qualcosa di precostituito e senza dubbio angusto e restrittivo.

Qualche secolo più tardi c’è stato chi ha saputo viaggiare con la poesia, con la musica che poi “era come dire utopia”, rifiutando i pregiudizi di comodo che la classe sociale di appartenenza gli avrebbe imposto, deridendo le regole, queste si realmente avulse dalla quotidianità, che lo avrebbero tranquillamente protetto dalle assurdità contraddittorie che abitano gli angiporti e le periferie delle città.  

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