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E certo la scelta di porre il cantautore genovese al centro di una vasta rete di
collegamenti che lo associa ad altri grandi come Pasolini, Catullo e Baudelaire, non
credo meriti una legittimazione se si riconosce alla poesia quella portata individuale e
personale di cui lo stesso Mario Luzi si è fatto portavoce.
Ma questa sede pare, in qualche modo, costringermi a fare una ultima, spero rimanga tale,
concessione a ciò che tradizionalmente conserva lo scettro nelle dotte disquisizioni
scolastiche e che ha il grande merito di rendere, a mio modesto parere, le pagine dei
classici quanto più possibile lontane dalla sensibilità degli studenti in ascolto.
In questo frangente l’esigenza di oggettività non potrebbe in alcun modo ignorare nonché
evitare di inoltrarsi in quella logora polemica che verte sulla liceità di considerare
Fabrizio De Andrè poeta o più semplicemente cantautore, assegnando all’una o all’altra
definizione più o meno grandi riconoscimenti.
C’è chi atterrisce alla sola idea di veder considerare i secondi allo stesso livello dei
primi, irrigidendosi nella tradizionale distinzione che vede i cantautori come una sorta
di sottospecie di poeti.
Ma tralasciando improbabili classifiche di meriti e demeriti, è opportuno senz’altro
prendere coscienza dell’eventualità di iniziare a considerare i cantautori come gli
epigoni della grande stagione poetica novecentesca, le nuove figure di pensatori e
intellettuali moderni.
E senza dubbio essi, pur essendo figure ibride per eccellenza, una via di mezzo tra
intellettuali, musicisti e compositori, inevitabilmente si sono imposti nella scena
culturale del secolo appena trascorso incuneandosi
nell’universo della tradizione orale e popolare, divenendo ago di una bilancia
in continua oscillazione tra l’assoggettamento alle tendenze di mercato ed una
originale interpretazione delle inquietudini della modernità. Vale forse la pena di
riportare in vita l’antica idea di cantastorie e menestrello che ci riporta in mente
forse uno degli elementi culturali più fervidi ed intensi del Medioevo, ci immerge
nelle corti misteriose rallegrate dalle voci di chi, con un briciolo di gradita
immaginazione personale, recava notizie dal resto del mondo, e dopo aver girovagato per
terre lontane e sconosciute incantava il pubblico con paesaggi e figure fantastici.
L’accostamento del cantautore genovese a questi personaggi medioevali appare quanto mai
ricco di spunti e analogie, se è vero che gli antichi cantori ambulanti erano dei
bohèmiens ante litteram, quasi dei precursori di tutti quegli intellettuali che vivendo
in epoche di transizione si trovano in qualche modo ad essere avulsi dalla società, non
rinunciando per questo ad un accentuata vena polemica nei confronti della cultura
dominante e ad una orgogliosa rivendicazione del proprio spirito liberatorio e
indipendente.
“Il vagans è un chierico, o scolaro, un frate fuggiasco o uno studente fallito, privo d’ogni
rispetto per la Chiesa e per le classi dominanti, è un ribelle e un libertino, che
insorge per principi contro ogni tradizione e costume.”
Insita nella sua personalità è la necessità di viaggiare, il rifiuto di una piena
integrazione in un contesto sociale anziché in un altro risulta causa diretta della sua
esigenza impellente di sfuggire alle regole, non soggiacere a qualcosa di precostituito
e senza dubbio angusto e restrittivo.
Qualche secolo più tardi c’è stato chi ha saputo viaggiare con la poesia, con la musica
che poi “era come dire utopia”, rifiutando i pregiudizi di comodo che la classe
sociale di appartenenza gli avrebbe imposto, deridendo le regole, queste si realmente
avulse dalla quotidianità, che lo avrebbero tranquillamente protetto dalle assurdità
contraddittorie che abitano gli angiporti e le periferie delle città.
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