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Non
all'Amore non al Denaro nè al Cielo
La
morte di cui De Andrè ha ancora il coraggio di parlare significa
soprattutto pietà, quella pietà ineffabile che sola può
restituire il senso ultimo della dignità all’umanità derelitta
del suo canto; e così come ciò che viene tenuto ai margini,
bollato come infamante e negativo, è in grado di illuminare la
realtà meglio di ciò che si trova al centro del palcoscenico,
così allo stesso modo, ciò che non è più in vita è in grado
di esprimere il senso meglio di ciò che lo è.
Ed
ecco allora che sopraggiungono i personaggi
di Spoon River, riesumati dalla genialità di De Andrè e
riattualizzati alla stregua di chiave di lettura di un presente
non facilmente decifrabile.
Ognuno
di loro vive un disagio causato da un difetto che può essere
fisiologico, di capacità d’espressione o di comprensione oppure
da un eccesso di speculazione filosofica, visionarietà o
idealismo.
Una
serie di archetipi umani magari modesti ma sicuri che all’ombra
della loro lapide trovano la voce per svelare il modo del vero e
del falso che in vita li fece vittime di un destino mondano e
conformista.
Il
matto, il giudice e tutti gli altri, se in vita erano stati
costretti alla competizione, a pensare il falso e non essere
sinceri, ora nei loro discorsi parlano ormai apertamente perché
non hanno più niente da conquistare o da perdere.
E
la realtà è descritta, disvelata da De Andrè, così come tempo
prima da Edgard Lee Masters, non senza arguzia e ironia; le quali
nascono soprattutto dal contrasto tra le condizioni di una vita
meschina e monotona e le eterne istanze dell’animo umano.
Ciò
che il nostro cantautore voleva costruire in “Non all’amore,
non al denaro, né al cielo”, come afferma nell’intervista
finale di F. Pivano, era quell’universo di invidia e di
insoddisfazione che noi tutti ci costruiamo finendo per rimanervi
indissolubilmente incastrati e che ci spinge a fare di più per
avere ciò che gli altri hanno e noi pensiamo di non avere.
Si
trattava di trasferire quella vicenda ambientata nell’america
del ’19 in un’atmosfera che fosse attuale, quella della
borghesia che “nel cercare di conservare il proprio potere non
fa altro che il proprio mestiere”, senza tradire però quella
vena poetica e libertaria che aveva guidato la penna di Masters e
che, come afferma la Pivano, se queste gallerie di ritratti
l’avesse potuta riscrivere attualmente gli avrebbe fatto
inserire elementi che si è limitato a sfiorare come precorritore.
Un
altro tema di fondo è quello della scienza che anziché porsi al
servizio dell’uomo è sempre più al servizio di chi lo domina e
che emerge sostanzialmente nella figura del medico che voleva
curare gratis i suoi malati, trasgredendo le regole del sistema,
che di quella trasgressione si vendica imprigionandolo.
Accanto
al “Chimico” c’è poi il “Blasfemo” che, come Adamo ed
Eva, cerca la mela della conoscenza non più in mano a Dio ma al
potere poliziesco del sistema, per il quale il paradiso è solo un
mondo di sogni in cui rinchiudersi per non vedere la realtà.
E
poi ancora il “Matto”, che per invidia studia la
“Treccani” a memoria e viene rinchiuso in un manicomio, perché
ne sapeva troppo o forse perché era impazzito, o comunque perché
alla gente faceva comodo chiamarlo “scemo”, scaricando su di
lui, con ignobile ironia, le proprie frustrazioni.
Il
giudice, “la carogna, frutto della carogneria generale”,
rappresenta poi l’amaro frutto della maldicenza che “batte la
lingua sul tamburo” condannando l’uomo piccolo di statura ad
un isolamento rancorosa e vendicativo, destinato a sfociare poi in
una individualistica manipolazione del potere a servizio della
propria personale rivalsa.
E
mentre egli, arbitro in terra del bene e del male, gode
nell’affidare al boia chi dietro alle sbarre lo appellava
“Vostro Onore”, l’ultimo verso della canzone sembra
attenderlo al varco; in un secondo intervento dell’ironia del
poeta l’affermazione dell’ineluttabilità del destino con cui
prima o poi ognuno è costretto a confrontarsi e a genuflettersi
all’ombra di una giustizia non solo incomprensibile ai nostri
occhi, ma molto più insindacabile e imparziale.
Si
giunge così al “Malato di cuore” e a “Il suonatore Jones”:
il primo che, nonostante le sue condizioni lo spinsero più di
altri ad invidiare la spensieratezza altrui, riesce comunque a
sconfiggere con l’amore la molla che fa scattare invece la
competizione .
Muore
in un incontro d’amore, regalando un sorriso e un bacio ad uno
sguardo a cui non chiese promesse o ricompense, solo la gioia
dell’ultimo istante, dell’ultimo “fiore non colto” ma
infinitamente accarezzato ed assaporato.
Ma
senza dubbio il culmine della poeticità viene toccato dalle
parole del musicista Jones, che incarna in sé l’ideale non
barattabile della libertà, al di là di qualsiasi buonsenso
comune che impone l’identificazione della felicità con
l’amore, con il denaro e con il cielo, intendendo con
quest’ultimo termine il probabile rapporto dell’uomo terreno
con il metafisico, l’intangibile, che è anche l’ambizione, il
sogno, ciò che non riesce a possedere ma che intende almeno
sfiorare.
Lui
“che offrì la faccia al vento, la gola al vino”, è l’unico
nella collina di Spoon River ad aver superato la morte come
“disidratazione dei sentimenti”, interamente,
inconsapevolmente e ingenuamente rivolto alle note del suo flauto,
al gioco della vita di cui a novant’anni avrebbe ancora avuto
voglia.
Così
come il blasfemo, egli è consapevole che la libertà di cui tutti
credono di godere è in realtà una prigione dorata, ma non
condivide la volontà idealistica del medico di renderla migliore,
per la semplice ragione che tutto ciò che egli ha è la musica e
il suo cuore; egli trova la sua realizzazione proprio nella
vibrazione emotiva che la vita provoca in lui proprio come nel
malato di cuore, che nel cogliere l’attimo più intenso, ne
intravede il senso di limite.
Al
contrario del giudice egli vive in piena sintonia con le
aspettative della gente, riconoscendosi nel suo ruolo eppure
rifiutando di fare della sua musica un mestiere, suonando per un
fruscio di ragazze come per un compagno ubriaco.
E
il vino ritorna ancora ne “La collina” in cui Jones chiede al
mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di
migliore”, in cui sembra quasi riaffiorare uno spirito
autobiografico nella consapevolezza della fugacità del sogno che
l’allucinazione artificiale può creare, e pure del conforto che
anche nel suo tremendo e crudele inganno può regalare.
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