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Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

      

  Non all'Amore non al Denaro nè al Cielo

La morte di cui De Andrè ha ancora il coraggio di parlare significa soprattutto pietà, quella pietà ineffabile che sola può restituire il senso ultimo della dignità all’umanità derelitta del suo canto; e così come ciò che viene tenuto ai margini, bollato come infamante e negativo, è in grado di illuminare la realtà meglio di ciò che si trova al centro del palcoscenico, così allo stesso modo, ciò che non è più in vita è in grado di esprimere il senso meglio di ciò che lo è.

Ed ecco allora che sopraggiungono i personaggi  di Spoon River, riesumati dalla genialità di De Andrè e riattualizzati alla stregua di chiave di lettura di un presente non facilmente decifrabile.

Ognuno di loro vive un disagio causato da un difetto che può essere fisiologico, di capacità d’espressione o di comprensione oppure da un eccesso di speculazione filosofica, visionarietà o idealismo.

Una serie di archetipi umani magari modesti ma sicuri che all’ombra della loro lapide trovano la voce per svelare il modo del vero e del falso che in vita li fece vittime di un destino mondano e conformista.

Il matto, il giudice e tutti gli altri, se in vita erano stati costretti alla competizione, a pensare il falso e non essere sinceri, ora nei loro discorsi parlano ormai apertamente perché non hanno più niente da conquistare o da perdere.

E la realtà è descritta, disvelata da De Andrè, così come tempo prima da Edgard Lee Masters, non senza arguzia e ironia; le quali nascono soprattutto dal contrasto tra le condizioni di una vita meschina e monotona e le eterne istanze dell’animo umano.

Ciò che il nostro cantautore voleva costruire in “Non all’amore, non al denaro, né al cielo”, come afferma nell’intervista finale di F. Pivano, era quell’universo di invidia e di insoddisfazione che noi tutti ci costruiamo finendo per rimanervi indissolubilmente incastrati e che ci spinge a fare di più per avere ciò che gli altri hanno e noi pensiamo di non avere.

Si trattava di trasferire quella vicenda ambientata nell’america del ’19 in un’atmosfera che fosse attuale, quella della borghesia che “nel cercare di conservare il proprio potere non fa altro che il proprio mestiere”, senza tradire però quella vena poetica e libertaria che aveva guidato la penna di Masters e che, come afferma la Pivano, se queste gallerie di ritratti l’avesse potuta riscrivere attualmente gli avrebbe fatto inserire elementi che si è limitato a sfiorare come precorritore.

Un altro tema di fondo è quello della scienza che anziché porsi al servizio dell’uomo è sempre più al servizio di chi lo domina e che emerge sostanzialmente nella figura del medico che voleva curare gratis i suoi malati, trasgredendo le regole del sistema, che di quella trasgressione si vendica imprigionandolo.

Accanto al “Chimico” c’è poi il “Blasfemo” che, come Adamo ed Eva, cerca la mela della conoscenza non più in mano a Dio ma al potere poliziesco del sistema, per il quale il paradiso è solo un mondo di sogni in cui rinchiudersi per non vedere la realtà.

E poi ancora il “Matto”, che per invidia studia la “Treccani” a memoria e viene rinchiuso in un manicomio, perché ne sapeva troppo o forse perché era impazzito, o comunque perché alla gente faceva comodo chiamarlo “scemo”, scaricando su di lui, con ignobile ironia, le proprie frustrazioni.

Il giudice, “la carogna, frutto della carogneria generale”, rappresenta poi l’amaro frutto della maldicenza che “batte la lingua sul tamburo” condannando l’uomo piccolo di statura ad un isolamento rancorosa e vendicativo, destinato a sfociare poi in una individualistica manipolazione del potere a servizio della propria personale rivalsa.

E mentre egli, arbitro in terra del bene e del male, gode nell’affidare al boia chi dietro alle sbarre lo appellava “Vostro Onore”, l’ultimo verso della canzone sembra attenderlo al varco; in un secondo intervento dell’ironia del poeta l’affermazione dell’ineluttabilità del destino con cui prima o poi ognuno è costretto a confrontarsi e a genuflettersi all’ombra di una giustizia non solo incomprensibile ai nostri occhi, ma molto più insindacabile e imparziale.

Si giunge così al “Malato di cuore” e a “Il suonatore Jones”: il primo che, nonostante le sue condizioni lo spinsero più di altri ad invidiare la spensieratezza altrui, riesce comunque a sconfiggere con l’amore la molla che fa scattare invece la competizione  .

Muore in un incontro d’amore, regalando un sorriso e un bacio ad uno sguardo a cui non chiese promesse o ricompense, solo la gioia dell’ultimo istante, dell’ultimo “fiore non colto” ma infinitamente accarezzato ed assaporato.

Ma senza dubbio il culmine della poeticità viene toccato dalle parole del musicista Jones, che incarna in sé l’ideale non barattabile della libertà, al di là di qualsiasi buonsenso comune che impone l’identificazione della felicità con l’amore, con il denaro e con il cielo, intendendo con quest’ultimo termine il probabile rapporto dell’uomo terreno con il metafisico, l’intangibile, che è anche l’ambizione, il sogno, ciò che non riesce a possedere ma che intende almeno sfiorare.

Lui “che offrì la faccia al vento, la gola al vino”, è l’unico nella collina di Spoon River ad aver superato la morte come “disidratazione dei sentimenti”, interamente, inconsapevolmente e ingenuamente rivolto alle note del suo flauto, al gioco della vita di cui a novant’anni avrebbe ancora avuto voglia.

Così come il blasfemo, egli è consapevole che la libertà di cui tutti credono di godere è in realtà una prigione dorata, ma non condivide la volontà idealistica del medico di renderla migliore, per la semplice ragione che tutto ciò che egli ha è la musica e il suo cuore; egli trova la sua realizzazione proprio nella vibrazione emotiva che la vita provoca in lui proprio come nel malato di cuore, che nel cogliere l’attimo più intenso, ne intravede il senso di limite.

Al contrario del giudice egli vive in piena sintonia con le aspettative della gente, riconoscendosi nel suo ruolo eppure rifiutando di fare della sua musica un mestiere, suonando per un fruscio di ragazze come per un compagno ubriaco.

E il vino ritorna ancora ne “La collina” in cui Jones chiede al mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore”, in cui sembra quasi riaffiorare uno spirito autobiografico nella consapevolezza della fugacità del sogno che l’allucinazione artificiale può creare, e pure del conforto che anche nel suo tremendo e crudele inganno può regalare.  

 

 

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