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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

   

   La Buona Novella

la buona novellaE con Tito, il ladrone buono, (“Perdonali se non ti lasciano solo – se sanno morire sulla croce anche loro”), si diverte a mostrare comunque la precarietà delle leggi divine applicate ad una dimensione umana, e lo scarto drammatico e sofferto tra chi fa queste regole a suo uso e consumo e chi invece e costretto a subirle.

Poi giunge la sera sanguinante di sabbia e del bianco di chi “rantola senza rancore l’ultimo perdono” per chi lo uccise tra le braccia di una croce, e il ladrone blasfemo e vituperato dalle giuste coscienze “impara l’amore”, ne penetra l’essenza oltre ogni finto ordinamento che in vita gli avrebbe imposto di temere le genti dell’Est che credevano in un Dio diverso, di non rubare se non in nome di Dio, di santificare le feste e riempire le pance già gonfie dei ladroni.

E nell’ultima invidia per la vita di coloro che troppo facilmente scordano il perdono, riemerge la tentazione di una preghiera verso un Dio che ha le vesti di una giustizia un po’ distratta e le mani di chi “come in una svista, in un’anomalia” ha il dovere di aiutare chi ha rifiutato le leggi del branco, l’assoggettamento ad una maggioranza accecata dalle sue millenarie paure ed astuzie inesauribili.

Quando “La buona novella”  entrò nelle classifiche, certo ci si accorse che tutto ciò era nient’altro che il risultato del rapporto dialettico venutosi a creare tra il cantautore genovese ed il suo pubblico che ultimamente sembrava essere quanto mai lontano da quella profonda e colta sensibilità e che pure intuiva ancora la carica eversiva di quei versi come frutto di una profonda attività di analisi della società e delle sue incoerenze.

Certo l’accusa di anacronismo, come anche recentemente De Andrè ha avuto modo di precisare, derivava da un’interpretazione piuttosto superficiale del suo messaggio, che al contrario aveva molto a che fare con le istanze etico-sociali del movimento che i suoi coetanei portavano avanti in quel periodo.

Si tratta concretamente di una rivisitazione in chiave terrena di quei personaggi che popolano i cosiddetti vangeli apocrifi, non utilizzati dalla Chiesa ufficiale ma pur sempre presenti nella cultura cristiana.

La scelta appare ancora una volta sintomatica e rappresentativa di quell’inquietudine che spingeva il nostro intellettuale a mal accettare le barriere di autenticità poste dall’auctoritas, e a rincorrere sempre ed in ogni luogo la verità come puro valore a sé stante.

Apocrifi sono i vangeli segreti, prima ancora che falsi, che si era deciso di non diffondere per evitare controversie interpretative alla parola di Dio e che De Andrè utilizza come pregnanti di una raffigurazione ai limiti della sacralità fittizia ed oleografica delle narrazioni ufficiali per guadagnare, al contrario, una buona dose di umanità che penetra nell’idiota ottusità dell’ipocrisia che si fa istituzione e dogma.

In questo nuovo concept-album, ancora di più che nella precedente canzone “Si chiamava Gesù” dove si dice che Gesù fu una svolta nel concepire i rapporti umani, che fu un cambiamento profondo, una svolta e un cambiamento umani e non divini, De Andrè diventa tanto più dirompente ed irresistibile nel sostituire alle vecchie verità finora negate e nel restituire l’uomo e la donna a loro stessi, fino a Maria, madre di Cristo, che nella sua canzone delle “Tre madri” piange sul Golgota, come le altre, la morte di un figlio prima che di un Dio.

Così la canzone di De Andrè sta sulla terra, nel mondo, fra le donne e gli uomini e scopre e insegna il modo opposto di guardare le loro cose, la loro realtà, di Gesù e di Maria compresi.

Ma proprio qui dove viene attaccato il senso comune religioso, la mitologia bimillenaria di un dolore materno sublimato e invece ricondotto sulla terra per capire il mondo, la voce del cantautore sembra quasi farsi sommessa, inadatta a creare facili emozioni e gratificazioni pseudo-rivoluzionarie, che non esibisce il dolore delle tre madri ma lo coinvolge nella stessa riflessione malinconica sulla morte dei figli: da cui si distacca quando spetta a Maria parlare, il suo canto si fa fervoroso, perfino gioioso, scoprendosi semplice donna e madre qualunque; e dunque oppone a quel religioso senso comune da cui si è liberata il suo più forte ed infine più vero, più emozionante senso comune materno.

Ancora una volta è quindi la morte ad eguagliare gli uomini, a svelare l’artificio per cercare la verità delle cose e scoprire un mondo alla rovescia, una realtà che vede Maria piegata di fronte al figlio agonizzante che mal cela, tra le lacrime, un gesto di intima eppur sofferta ribellione a ciò che l’elezione divina gli ha imposto, alle rinunce che fin da bambina l’hanno allontanata dai giochi e dalla spensieratezza infantile per sacrificarla in nome di un destino metafisico.

“Non fossi stato figlio di Dio – t’avrei ancora per figlio mio”: rimpianto finale che sfiora quasi un pensiero blasfemo, segnando l’inalienabile primato del destino di madre, al di sopra di ogni fede ed obbedienza.

 

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