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La
Buona Novella
E
con Tito, il ladrone buono, (“Perdonali se non ti lasciano solo
– se sanno morire sulla croce anche loro”), si diverte a
mostrare comunque la precarietà delle leggi divine applicate ad
una dimensione umana, e lo scarto drammatico e sofferto tra chi fa
queste regole a suo uso e consumo e chi invece e costretto a
subirle.
Poi
giunge la sera sanguinante di sabbia e del bianco di chi
“rantola senza rancore l’ultimo perdono” per chi lo uccise
tra le braccia di una croce, e il ladrone blasfemo e vituperato
dalle giuste coscienze “impara l’amore”, ne penetra
l’essenza oltre ogni finto ordinamento che in vita gli avrebbe
imposto di temere le genti dell’Est che credevano in un Dio
diverso, di non rubare se non in nome di Dio, di santificare le
feste e riempire le pance già gonfie dei ladroni.
E
nell’ultima invidia per la vita di coloro che troppo facilmente
scordano il perdono, riemerge la tentazione di una preghiera verso
un Dio che ha le vesti di una giustizia un po’ distratta e le
mani di chi “come in una svista, in un’anomalia” ha il
dovere di aiutare chi ha rifiutato le leggi del branco,
l’assoggettamento ad una maggioranza accecata dalle sue
millenarie paure ed astuzie inesauribili.
Quando
“La buona novella” entrò
nelle classifiche, certo ci si accorse che tutto ciò era
nient’altro che il risultato del rapporto dialettico venutosi a
creare tra il cantautore genovese ed il suo pubblico che
ultimamente sembrava essere quanto mai lontano da quella profonda
e colta sensibilità e che pure intuiva ancora la carica eversiva
di quei versi come frutto di una profonda attività di analisi
della società e delle sue incoerenze.
Certo
l’accusa di anacronismo, come anche recentemente De Andrè ha
avuto modo di precisare, derivava da un’interpretazione
piuttosto superficiale del suo messaggio, che al contrario aveva
molto a che fare con le istanze etico-sociali del movimento che i
suoi coetanei portavano avanti in quel periodo.
Si
tratta concretamente di una rivisitazione in chiave terrena di
quei personaggi che popolano i cosiddetti vangeli apocrifi, non
utilizzati dalla Chiesa ufficiale ma pur sempre presenti nella
cultura cristiana.
La
scelta appare ancora una volta sintomatica e rappresentativa di
quell’inquietudine che spingeva il nostro intellettuale a mal
accettare le barriere di autenticità poste dall’auctoritas, e a
rincorrere sempre ed in ogni luogo la verità come puro valore a sé
stante.
Apocrifi
sono i vangeli segreti, prima ancora che falsi, che si era deciso
di non diffondere per evitare controversie interpretative alla
parola di Dio e che De Andrè utilizza come pregnanti di una
raffigurazione ai limiti della sacralità fittizia ed oleografica
delle narrazioni ufficiali per guadagnare, al contrario, una buona
dose di umanità che penetra nell’idiota ottusità
dell’ipocrisia che si fa istituzione e dogma.
In
questo nuovo concept-album, ancora di più che nella precedente
canzone “Si chiamava Gesù” dove si dice che Gesù fu una
svolta nel concepire i rapporti umani, che fu un cambiamento
profondo, una svolta e un cambiamento umani e non divini, De Andrè
diventa tanto più dirompente ed irresistibile nel sostituire alle
vecchie verità finora negate e nel restituire l’uomo e la donna
a loro stessi, fino a Maria, madre di Cristo, che nella sua
canzone delle “Tre madri” piange sul Golgota, come le altre,
la morte di un figlio prima che di un Dio.
Così
la canzone di De Andrè sta sulla terra, nel mondo, fra le donne e
gli uomini e scopre e insegna il modo opposto di guardare le loro
cose, la loro realtà, di Gesù e di Maria compresi.
Ma
proprio qui dove viene attaccato il senso comune religioso, la
mitologia bimillenaria di un dolore materno sublimato e invece
ricondotto sulla terra per capire il mondo, la voce del cantautore
sembra quasi farsi sommessa, inadatta a creare facili emozioni e
gratificazioni pseudo-rivoluzionarie, che non esibisce il dolore
delle tre madri ma lo coinvolge nella stessa riflessione
malinconica sulla morte dei figli: da cui si distacca quando
spetta a Maria parlare, il suo canto si fa fervoroso, perfino
gioioso, scoprendosi semplice donna e madre qualunque; e dunque
oppone a quel religioso senso comune da cui si è liberata il suo
più forte ed infine più vero, più emozionante senso comune
materno.
Ancora
una volta è quindi la morte ad eguagliare gli uomini, a svelare
l’artificio per cercare la verità delle cose e scoprire un
mondo alla rovescia, una realtà che vede Maria piegata di fronte
al figlio agonizzante che mal cela, tra le lacrime, un gesto di
intima eppur sofferta ribellione a ciò che l’elezione divina
gli ha imposto, alle rinunce che fin da bambina l’hanno
allontanata dai giochi e dalla spensieratezza infantile per
sacrificarla in nome di un destino metafisico.
“Non
fossi stato figlio di Dio – t’avrei ancora per figlio mio”:
rimpianto finale che sfiora quasi un pensiero blasfemo, segnando
l’inalienabile primato del destino di madre, al di sopra di ogni
fede ed obbedienza.
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