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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

Poeti e intellettuali maledetti (pag.1) 

E se chi aveva trovato nei quartieri borghesi, nei suoi agi, nelle sue compromettenti bugie, lo specchio fragile eppure indispensabile della propria rassicurante esclusività è pietosamente smascherato dalla sua ardita voce, riemerge al contrario prepotente una smania di nobilitare la diversità, di osservarla, condividerla e cantarla per ridarle dignità.

 

E forse in questo piano che nasce spontaneamente il suo accostamento ai poeti "maudits" dell'ottocento, attraverso un ridimensionamento della comune accezione con la quale si indicano abitualmente quelle manifestazioni artistiche che proprio nel rifiuto della realtà convenzionale, sociale e storica trovarono il senso stesso del loro esistere.

 

Se nel corso della relazione è capitato più volte di nominare poeti come Cecco Angiolieri, Villon, non è certo un caso se è vero che questi artisti possono essere e sono considerati dei poeti maledetti "ante litteran" precursori di coloro che per antonomasia hanno definito la loro esperienza artistica entro gli argini di un rifiuto radicale di ogni morale o valore costituito.

 

Villon primo grande poeta delle diversità e della contraddizione, tracciò nella sua poesia di malinconia e sberleffo, di peccato e virtù religiosa, forse con maggiore vigore rispetto all'italiano Cecco, il percorso poetico che sarebbe stato di Baudelaire e poi successivamente di Rimbaud e Verlaine, presentandosi come figura irregolare e anticonforrnista , ribelle e perseguitata.

 

Questo giudizio ha spesso portato a sovrapporre gli elementi della biografia alle caratteristiche del testo, sulla base di un'innegabile affinità di interesse. Maestro in arti e scrivano nell'ambiente ecclesiastico e giudiziario, si dice che non avesse mai disdegnato frequentare gli emarginati di Parigi tanto da adottarne alla fine lo stile di vita.

 

Una condanna a morte gli fu tramutata in esilio prima che il mistero del passato calasse definitivamente il sipario su questo primo anticonformista sui generis.

 

Dei bohèmiens francesi, si sa invece tutto o forse niente. In campo letterario si suole sottolineare i legarmi alla realtà storico politica del tempo concentrando forse anche eccessivamente l'attenzione sulla loro posizione di intellettuali declassati e tentando di esplicare razionalmente il loro atteggiamento proprio entro l'ambito di questa nuova e odiata condizione.

 

Ma al di là di qualsiasi chiarimento storico resta innegabile l'alone di fascino, d'interesse che questi strani poeti riescono ancora a conservare nei lettori d'ogni tempo, rappresentando sempre e ovunque l'irregolarità, la difformità, l'alterità insomma tutto ciò che sfugge alla scontatezza dei rapporti logico‑contestuali in cui ci si affanna a rincasellare gli intellettuali d'ogni tempo.

 

 

E' vero che essi sono il risultato di enormi cambiamenti sociali ed economici che nel giro di un secolo hanno visto assurgere a valori correnti le grette ambizioni di una pavida borghesia.

 

Nell'ansia assordante di produttività, calcolo, razionalità, la ricerca artistica del bello fine a se stesso è stata relegata ai margini del disprezzo generale in nome dell'inutilità, in vista di un possibile tornaconto.

 

E se prima l'arte era stata soprattutto voce dei potenti, che poi voleva dire esattamente dei più agiati economicamente, se prima ai risultati d'avanguardia alternava troppi compromessi, troppe concessioni ai facili compiacimenti di ricchezze e autorità, improvvisamente muta prospettiva, assumendo il volto più autentico di chi, più che ricercato risulta misconosciuto, se non disprezzato dal più.

 

Ma ciò non significa che i nuovi poeti divengano ultimi e difensori degli ultimi, ma anzi sembrano immobilizzarsi in un limbo intermedio in conflitto con qualsiasi strato sociale, alla disperata ricerca di una distinzione adeguata alla propria superiorità culturale e spirituale.

 

Da un lato rifiutano il loro ceto di provenienza, aborriscono l'avido pragmatismo borghese, dall'altra sono segretamente lacerati da un profondo senso di colpa per non essersi adeguatamente integrati nel contesto che era loro proprio.

 

Ed è proprio questo sentimento di peccato e quindi di inferiorità che determina per ritorsione tutta quella serie di atteggiamenti ribelli e sovversivi, antiborghesi che li porteranno a esplorare il male, non solo come concetto, ma come esperienza tangibile e condivisibile, rintracciando in esso un nuovo valore, una nuova morale.

   

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