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Poeti
e intellettuali maledetti
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E
se chi aveva trovato nei quartieri borghesi, nei suoi agi, nelle
sue compromettenti bugie, lo specchio fragile eppure
indispensabile della propria rassicurante esclusività è
pietosamente smascherato dalla sua ardita voce, riemerge al
contrario prepotente una smania di nobilitare la diversità, di
osservarla, condividerla e cantarla per ridarle dignità.
E
forse in questo piano che nasce spontaneamente il suo accostamento
ai poeti "maudits" dell'ottocento, attraverso un
ridimensionamento della comune accezione con la quale si indicano
abitualmente quelle manifestazioni artistiche che proprio nel
rifiuto della realtà convenzionale, sociale e storica trovarono
il senso stesso del loro esistere.
Se
nel corso della relazione è capitato più volte di nominare poeti
come Cecco Angiolieri, Villon, non è certo un caso se è vero che
questi artisti possono essere e sono considerati dei poeti
maledetti "ante litteran"
precursori di coloro che per antonomasia hanno definito la
loro esperienza artistica entro gli argini di un rifiuto radicale
di ogni morale o valore costituito.
Villon
primo grande poeta delle diversità e della contraddizione, tracciò
nella sua poesia di malinconia e sberleffo,
di peccato e virtù religiosa, forse con maggiore vigore
rispetto all'italiano Cecco, il percorso poetico che sarebbe stato
di Baudelaire e poi successivamente di Rimbaud e Verlaine,
presentandosi come figura irregolare e anticonforrnista
, ribelle e perseguitata.
Questo
giudizio ha spesso portato a sovrapporre gli elementi della
biografia alle caratteristiche del testo, sulla base di
un'innegabile affinità di interesse. Maestro in arti e scrivano
nell'ambiente ecclesiastico e giudiziario, si dice che non avesse
mai disdegnato frequentare gli emarginati di Parigi tanto da
adottarne alla fine lo stile di vita.
Una
condanna a morte gli fu tramutata in esilio prima che il mistero
del passato calasse definitivamente il sipario su questo primo
anticonformista sui generis.
Dei
bohèmiens francesi, si sa invece tutto o forse niente. In campo
letterario si suole sottolineare i legarmi alla realtà storico
politica del tempo concentrando forse anche eccessivamente
l'attenzione sulla loro posizione di intellettuali declassati e
tentando di esplicare razionalmente il loro atteggiamento proprio
entro l'ambito di questa nuova e odiata condizione.
Ma
al di là di qualsiasi chiarimento storico resta innegabile
l'alone di fascino, d'interesse che questi strani poeti riescono
ancora a conservare nei lettori d'ogni tempo, rappresentando
sempre e ovunque l'irregolarità, la difformità, l'alterità
insomma tutto ciò che sfugge alla scontatezza dei rapporti
logico‑contestuali in cui ci si affanna a rincasellare gli
intellettuali d'ogni tempo.
E'
vero che essi sono il risultato di enormi cambiamenti sociali ed
economici che nel giro di un secolo hanno visto assurgere a valori
correnti le grette ambizioni di una pavida borghesia.
Nell'ansia
assordante di produttività, calcolo, razionalità, la ricerca
artistica del bello fine a se stesso è stata relegata ai margini
del disprezzo generale in nome dell'inutilità, in vista di un
possibile tornaconto.
E
se prima l'arte era stata soprattutto voce dei potenti, che poi
voleva dire esattamente dei più agiati economicamente, se prima
ai risultati d'avanguardia alternava troppi compromessi, troppe
concessioni ai facili compiacimenti di ricchezze e autorità,
improvvisamente muta prospettiva, assumendo il volto più
autentico di chi, più che ricercato risulta misconosciuto, se non
disprezzato dal più.
Ma
ciò non significa che i nuovi poeti divengano ultimi e difensori
degli ultimi, ma anzi sembrano immobilizzarsi in un limbo
intermedio in conflitto con qualsiasi strato sociale, alla
disperata ricerca di una distinzione adeguata alla propria
superiorità culturale e spirituale.
Da
un lato rifiutano il loro ceto di provenienza, aborriscono l'avido
pragmatismo borghese, dall'altra sono segretamente lacerati da un
profondo senso di colpa per non essersi adeguatamente integrati
nel contesto che era loro proprio.
Ed
è proprio questo sentimento di peccato e quindi di inferiorità
che determina per ritorsione tutta quella serie di atteggiamenti
ribelli e sovversivi, antiborghesi che li porteranno a esplorare
il male, non solo come concetto, ma come esperienza tangibile e
condivisibile, rintracciando in esso un nuovo valore, una nuova
morale.
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