|
Popoli Vinti
(pag2)
E
prendendo spunto dall'infelice soggiorno nel monte della Sardegna
più conosciuto nel mondo scrive "Hotel Supramonte" in
cui domina una melanconica dimensione atemporale, che ha l'aspetto
di un bosco, di un tetto di foglie, e due mani che si stringono.
Una
dolcezza inafferrabile pare dominare sul senso di impotenza,
sull'insicurezza di un ordine discreto che si frantuma alla
pioggia sottile dì accuse e scuse senza ritorno; due solitudini
che si incontrano nel freddo arresto del tempo, nella paura di un
futuro incerto, nel treno già perso e nel conforto ritrovato.
Si
tratta dell'unica concessione autobiografica in coerenza con
l'elegante tendenza di De Andrè
a non sopraffare mai il lettore con effusioni soggettive,
che si può trovare nel famoso album soprannominato "L'Indiano"
e potremmo dire interamente dedicato ad un'originale
esplorazione del sottile filo rosso che lega due popoli
all'apparenza diversissimi.
La
Barbagia come le riserve degli Indiani, il generale Custer che
condanna i bambini a dormire per sempre nel letto del Sand Creek
come gli eterni padroni più degli altri che di se stessi che
hanno sempre invaso e dominato senza scrupoli l'orgoglio
irriducibile dei sardi, e il giovane Cherokee che ruba il cavallo
per non puzzare più di serpente e diventare uomo come chi
nell'ignoto di quest'isola ventosa pensa che l'unico modo per
acquistare pane e dignità sia strappare la libertà a chi ha più
denaro.
Riuscendo
ad evitare con straordinaria abilità un atteggiamento populistico
e demagogico che vorrebbe semplicisticamente attribuire all'etnia
dominata, il ruolo di vittime perenni, giunge mostrando come al
solito una straordinaria sensibilità a protendersi verso il
diverso facendolo proprio e riconoscendosi in esso.
Ma
non tutti colsero questa grande sottigliezza e le penne più
mordaci dei benpensanti videro in lui uno scarso spessore
psicologico che aveva già esaltato le masse con quel malcelato e
innato senso borghese unito ad un impulso ribellistico e
falsamente di sinistra.
E
dopo avergli sottolineata la presunta incongruità tra il
romanticismo da lui vagheggiato dei pastori sardi e la realtà
concreta del loro tradimento, gli rimproverarono persino d'essersi
politicizzato entrando nel Partito Sardo d'Azione.
E'
vero, questo è forse il periodo in cui De Andrè
finisce di collocarsi in bilico in quella frattura con il
resto delle direzioni dominanti, che fino a poco tempo prima lo
avevano portato a definirsi nell'ambito di un'intellettualità in
crisi, trovando nella semplicità e umiltà dei suoi compagni
sardi, quella complice sintonia nutrita soprattutto
dall'immediatezza della compartecipazione alle sofferte vicende
dell'isola.
E
nonostante le continue delusioni e immancabili scoraggiamenti lui
, in Sardegna, resterà anche dopo la scottante esperienza,
vivendo nella periferia della piccola cittadina di Tempio Pausania
e instaurando con la gente del posto, un diretto rapporto
d'amicizia.
Sempre
"nell'Indiano" egli ripropone poi canzoni come
"Quello che non ho", "Franziska",
"Canto del Servo Pastore" che rievocano vasti e
suggestivi scorci della quotidianità dell'isola.
Nella
prima a parlare è forse uno dei suoi sequestratori che nel
sottolineare la sua diversità ama però rivendicarne l'orgoglio e
la sottintesa interiore disposizione a sfuggire volutamente le
regole della vita associata.
Ma
allo stesso tempo pare riemergere il contrasto tra due fratelli,
uno vincente, l'altro sconfitto, che aveva dominato in "Zirichiltaggia",
canzone scritta in Gallurese e proposta nell'album "Rimini",
solamente che qua a parlare è il perdente, in un
interminabile elenco di mancanze che nella loro materialità
sottendono in realtà un significato molto più vasto, forse
morale.
E
poi l'ingenuità del "Canto del Servo Pastore" che nel
dipingere con pochi, mirabili schizzi la campagna sarda, traccia
l'essenzialità della solitudine di una vita ritmata
esclusivamente dalle scadenze delle pause stagionali, la quieta
tristezza di una libertà temuta, di una sicurezza non avuta.
Un
rapporto immediato d'amore con la natura, il falco e il pagliaio,
unica dimora, unico timore, e l'inestimabile privilegio di poter
riscaldare la propria amarezza nella furia del vento, nella
fragilità delle foglie.
A
tutto questo dà voce la poesia di De Andrè comunicando come
d'abitudine a metà strada tra gli specchi e le immagini.
|