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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

  

Popoli Vinti  (pag2)

E prendendo spunto dall'infelice soggiorno nel monte della Sardegna più conosciuto nel mondo scrive "Hotel Supramonte" in cui domina una melanconica dimensione atemporale, che ha l'aspetto di un bosco, di un tetto di foglie, e due mani che si stringono.

 

Una dolcezza inafferrabile pare dominare sul senso di impotenza, sull'insicurezza di un ordine discreto che si frantuma alla pioggia sottile dì accuse e scuse senza ritorno; due solitudini che si incontrano nel freddo arresto del tempo, nella paura di un futuro incerto, nel treno già perso e nel conforto ritrovato.

 

Si tratta dell'unica concessione autobiografica in coerenza con l'elegante tendenza di De Andrè a non sopraffare mai il lettore con effusioni soggettive, che si può trovare nel famoso album soprannominato "L'Indiano" e potremmo dire interamente dedicato ad un'originale esplorazione del sottile filo rosso che lega due popoli all'apparenza diversissimi.

 

La Barbagia come le riserve degli Indiani, il generale Custer che condanna i bambini a dormire per sempre nel letto del Sand Creek come gli eterni padroni più degli altri che di se stessi che hanno sempre invaso e dominato senza scrupoli l'orgoglio irriducibile dei sardi, e il giovane Cherokee che ruba il cavallo per non puzzare più di serpente e diventare uomo come chi nell'ignoto di quest'isola ventosa pensa che l'unico modo per acquistare pane e dignità sia strappare la libertà a chi ha più denaro.

 

Riuscendo ad evitare con straordinaria abilità un atteggiamento populistico e demagogico che vorrebbe semplicisticamente attribuire all'etnia dominata, il ruolo di vittime perenni, giunge mostrando come al solito una straordinaria sensibilità a protendersi verso il diverso facendolo proprio e riconoscendosi in esso.

 

Ma non tutti colsero questa grande sottigliezza e le penne più mordaci dei benpensanti videro in lui uno scarso spessore psicologico che aveva già esaltato le masse con quel malcelato e innato senso borghese unito ad un impulso ribellistico e falsamente di sinistra.

 

E dopo avergli sottolineata la presunta incongruità tra il romanticismo da lui vagheggiato dei pastori sardi e la realtà concreta del loro tradimento, gli rimproverarono persino d'essersi politicizzato entrando nel Partito Sardo d'Azione.

 

E' vero, questo è forse il periodo in cui De Andrè finisce di collocarsi in bilico in quella frattura con il resto delle direzioni dominanti, che fino a poco tempo prima lo avevano portato a definirsi nell'ambito di un'intellettualità in crisi, trovando nella semplicità e umiltà dei suoi compagni sardi, quella complice sintonia nutrita soprattutto dall'immediatezza della compartecipazione alle sofferte vicende dell'isola.

E nonostante le continue delusioni e immancabili scoraggiamenti lui , in Sardegna, resterà anche dopo la scottante esperienza, vivendo nella periferia della piccola cittadina di Tempio Pausania e instaurando con la gente del posto, un diretto rapporto d'amicizia.

 

Sempre "nell'Indiano" egli ripropone poi canzoni come "Quello che non ho", "Franziska", "Canto del Servo Pastore" che rievocano vasti e suggestivi scorci della quotidianità dell'isola.

 

Nella prima a parlare è forse uno dei suoi sequestratori che nel sottolineare la sua diversità ama però rivendicarne l'orgoglio e la sottintesa interiore disposizione a sfuggire volutamente le regole della vita associata.

 

Ma allo stesso tempo pare riemergere il contrasto tra due fratelli, uno vincente, l'altro sconfitto, che aveva dominato in "Zirichiltaggia", canzone scritta in Gallurese e proposta nell'album "Rimini", solamente che qua a parlare è il perdente, in un interminabile elenco di mancanze che nella loro materialità sottendono in realtà un significato molto più vasto, forse morale.

 

E poi l'ingenuità del "Canto del Servo Pastore" che nel dipingere con pochi, mirabili schizzi la campagna sarda, traccia l'essenzialità della solitudine di una vita ritmata esclusivamente dalle scadenze delle pause stagionali, la quieta tristezza di una libertà temuta, di una sicurezza non avuta.

 

Un rapporto immediato d'amore con la natura, il falco e il pagliaio, unica dimora, unico timore, e l'inestimabile privilegio di poter riscaldare la propria amarezza nella furia del vento, nella fragilità delle foglie.

 

A tutto questo dà voce la poesia di De Andrè comunicando come d'abitudine a metà strada tra gli specchi e le immagini.

 

 

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