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Tutti
morimmo a stento
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“Tutti
morimmo a stento” rappresenta uno dei più significativi concept
album, e no solo in quanto testimonianza palese del rapporto
privilegiato tra i due artisti, ma anche e soprattutto come prova
estrema e senz’altro invidiabile di coerenza esistenziale e
assoluta inflessibilità alle leggi di mercato che avrebbero forse
preferito un cantante più arrabbiato in armonia col le proteste
di piazza, i sit-in e le occupazioni di facoltà universitarie che
turbavano la quiete del periodo.
Ancora
una volta invece egli è andato al di là delle aspettative
preannunciando un tentativo forse più pacato e meno
sfacciatamente coreografico di assumere le voci e i volti degli
oppressi nel gioco perverso del potere, che poi avrebbe raggiunto
il suo apice nella apparentemente anacronistica “Buona
Novella”.
E
senz’altro ciò provocherà una silenziosa e malcelata frattura
tra De Andrè e il suo pubblico, ormai troppo impegnato a
mobilitare le piazze e guadagnare applausi sulla scia
di slogan e pugni chiusi sollevati in nome dei poveri e
degli emarginati e non troppo disposti ad apprezzare un’eretica
preveggenza che già riusciva misteriosamente ad anticipare i
limiti di un movimento epocale eppure destinato a finire
inesorabilmente schiacciato dalle macchine globalizzanti
dell’omologazione consumistica. Occorreva solamente rendersi
conto che le uniche catene che si volevano spezzare erano quelle
psicologico-esistenziali che impedivano di affermarsi sulla
ribalta della società dei padri.
Conformemente
alla sua iniziale scelta di cantare una radicalità difficilmente
consumabile né in chiave “divagatoria”, né tantomeno
“pedagogica” dagli strateghi dello spettacolo, ancora una
volta Fabrizio De Andrè contrappone alle frasi fatte e oramai
prive di contenuto la sua umanità di perdenti, dai toni cupi e
malinconici, dai volti aspri e crudi che attraversano la vita
rifiutando le regole e cercando sempre “altro” fino alla
dissipazione di sé.
Ed
è questa paesaggistica di Villon, la cui “Ballade des pendus”
diviene in “Tutti morimmo a stento” una magistrale prosopopea
“dell’inumano desolato gregge – di chi morì con il nodo
alla gola”, del rancore verso coloro che, con aria di
sufficienza, derisero la loro sconfitta e verso quelli che
ignorarono con freddezza e indifferenza l’orrenda agonia a cui
un triste destino umano li condannò.
Ma
nelle bolgie infernali nate dall’esigenza di relegarvi i non
omologabili e la loro diversità che sputa continuamente in faccia
agli ipocriti la fragilità dei loro pregiudizi, della loro
infallibilità e della loro moralità, c’è spazio anche per le
“traviate”, ingannate d un Babbo Natale che parlava d’amore
ma “i cui occhi erano freddi e non erano buoni”, e per i
drogati che “giocando a palla con il proprio cervello, tentano
di lanciarlo oltre il confine stabilito, ai bordi
dell’infinito”.
L’atmosfera
dominante è tetra, funerea, densa di presagi di morte, quasi come
se De Andrè, di fronte all’energia creativa che sembra
sprigionarsi da ogni dove, ne colga non solo i limiti ma
addirittura tutti i morbi mortiferi che andranno a incancrenire la
speranza della sua generazione.
E
se è vero che tutto ciò determinerà una condizione di ulteriore
disorganicità dell’intellettuale, non solo dalla propria classe
di appartenenza ma anche da quella progettualità politica
“antagonista” che in quel periodo andava affermandosi, resta
comunque un fatto di indiscutibile certezza che queste note
resteranno uno dei capolavori del grande cantautore genovese, in
cui non solo egli ha dato prova di una grande genialità creativa
ma è anche riuscito a dipingere, con straordinaria acutezza
introspettiva, la fragilità, le paure, la solitudine,
l’insoddisfazione, il compiacimento maligno e l’indifferenza
di tutti coloro che navigano su “fragili vascelli”.
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