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Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

     

   Tutti morimmo a stento (pag1)

Fabrizio de Andrè“Tutti morimmo a stento” rappresenta uno dei più significativi concept album, e no solo in quanto testimonianza palese del rapporto privilegiato tra i due artisti, ma anche e soprattutto come prova estrema e senz’altro invidiabile di coerenza esistenziale e assoluta inflessibilità alle leggi di mercato che avrebbero forse preferito un cantante più arrabbiato in armonia col le proteste di piazza, i sit-in e le occupazioni di facoltà universitarie che turbavano la quiete del periodo.

Ancora una volta invece egli è andato al di là delle aspettative preannunciando un tentativo forse più pacato e meno sfacciatamente coreografico di assumere le voci e i volti degli oppressi nel gioco perverso del potere, che poi avrebbe raggiunto il suo apice nella apparentemente anacronistica “Buona Novella”.

E senz’altro ciò provocherà una silenziosa e malcelata frattura tra De Andrè e il suo pubblico, ormai troppo impegnato a mobilitare le piazze e guadagnare applausi sulla scia  di slogan e pugni chiusi sollevati in nome dei poveri e degli emarginati e non troppo disposti ad apprezzare un’eretica preveggenza che già riusciva misteriosamente ad anticipare i limiti di un movimento epocale eppure destinato a finire inesorabilmente schiacciato dalle macchine globalizzanti dell’omologazione consumistica. Occorreva solamente rendersi conto che le uniche catene che si volevano spezzare erano quelle psicologico-esistenziali che impedivano di affermarsi sulla ribalta della società dei padri.

Conformemente alla sua iniziale scelta di cantare una radicalità difficilmente consumabile né in chiave “divagatoria”, né tantomeno “pedagogica” dagli strateghi dello spettacolo, ancora una volta Fabrizio De Andrè contrappone alle frasi fatte e oramai prive di contenuto la sua umanità di perdenti, dai toni cupi e malinconici, dai volti aspri e crudi che attraversano la vita rifiutando le regole e cercando sempre “altro” fino alla dissipazione di sé.

Ed è questa paesaggistica di Villon, la cui “Ballade des pendus” diviene in “Tutti morimmo a stento” una magistrale prosopopea “dell’inumano desolato gregge – di chi morì con il nodo alla gola”, del rancore verso coloro che, con aria di sufficienza, derisero la loro sconfitta e verso quelli che ignorarono con freddezza e indifferenza l’orrenda agonia a cui un triste destino umano li condannò.

Ma nelle bolgie infernali nate dall’esigenza di relegarvi i non omologabili e la loro diversità che sputa continuamente in faccia agli ipocriti la fragilità dei loro pregiudizi, della loro infallibilità e della loro moralità, c’è spazio anche per le “traviate”, ingannate d un Babbo Natale che parlava d’amore ma “i cui occhi erano freddi e non erano buoni”, e per i drogati che “giocando a palla con il proprio cervello, tentano di lanciarlo oltre il confine stabilito, ai bordi dell’infinito”.

L’atmosfera dominante è tetra, funerea, densa di presagi di morte, quasi come se De Andrè, di fronte all’energia creativa che sembra sprigionarsi da ogni dove, ne colga non solo i limiti ma addirittura tutti i morbi mortiferi che andranno a incancrenire la speranza della sua generazione.

E se è vero che tutto ciò determinerà una condizione di ulteriore disorganicità dell’intellettuale, non solo dalla propria classe di appartenenza ma anche da quella progettualità politica “antagonista” che in quel periodo andava affermandosi, resta comunque un fatto di indiscutibile certezza che queste note resteranno uno dei capolavori del grande cantautore genovese, in cui non solo egli ha dato prova di una grande genialità creativa ma è anche riuscito a dipingere, con straordinaria acutezza introspettiva, la fragilità, le paure, la solitudine, l’insoddisfazione, il compiacimento maligno e l’indifferenza di tutti coloro che navigano su “fragili vascelli”.  

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