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 Fabrizio de  Andrè   di Maria Francesca Murru

          

Volume VIII

Fabrizio de Andrè Dando prova di una rara coerenza artistica e intellettuale decide ancora una volta di aprire le porte della sua voce e delle sue canzoni ai marginali vecchi e nuovi, che continuavano ad essere esclusi dalla maggioranza.

E in una magistrale traduzione di “Desolation row” di Bob Dylan, trova spazio un vasto e complesso affresco di personaggi ancora una volta demitizzati.

“E’ gente come noi – non mi sembra che siano mostri – non mi sembra che siano eroi” in un mondo quasi carnevalizzato, teatrino dell’assurdo che svela un modo diverso d’essere uomini: Einstein travestito da ubriacone, un commissario cieco che predice la sfortuna, il Dio del mare che si diverte a far scendere negli abissi il Titanic mentre il sole si sta alzando.

Il potere è rappresentato nei suoi tiranni, nei suoi scienziati, nei suoi letterati e nei suoi sbirri, l’umanità perdente nei personaggi delle fiabe, del cinema e della fantasia.

A dominare è ancora un senso di ironia avvelenata e desolazione cosmica che osserva su un fondale dantesco le vittime di un gioco perverso di potere e miseria dibattersi senza la certezza di una meta.

Ma a confermare le straordinarie doti poetiche di De Andrè sono canzoni come ,”Le passanti” o”Giovanna D’Arco”. Quest’ultima, traduzione della “Joanne d’Arc “ di Cohen, è stata lasciata incompiuta, come vuole l’aneddoto, a causa di una probabile insoddisfazione dell’autore di fronte alla propria versione.

Sta di fatto che egli, ancora una volta, giocando con i toni incisivi e melanconici della propria voce riesce a rendere con successo tutta l’umanità e la carnalità dell’eroina, consacrata però ad un destino infelice eppure accolto orgogliosamente.

E in un fiammeggiante e passionale binomio di amore-morte nasce la storia di una donna non qualunque, stanca della sua “vocazione al trionfo e al pianto”, solitaria e guerriera, che nel donarsi alla morte cede all’uomo, alla passione che ha sempre rifiutato in nome di una passione più alta.

Una voce, che intuiamo maschile per le sue parole passionali ed insieme aggressive e che più tardi si rivelerà essere il fatidico fuoco, preannuncia quell’abbraccio violento e assoluto che riserverà all’orgoglio, alla freddezza di chi non sarà ormai più che cenere e illusione immaginaria di tutti coloro che hanno bisogno di eroine.

Ma c’è di nuovo spazio per Brassens e per quell’eroina caustica rivolta agli apostoli di turno e agli ostentatori di inaudito coraggio nel cedere alla morte in nome di un ideale per giunta indefinito.

In “Morire per delle idee” si prende gioco dei falsi idealisti e soprattutto mette in luce l’assurdità di sacrificare la vita, un’idea già di per sé, un lusso per i più, in nomadi non si sa quale valida ragione; tanto più che a predicare sono di solito coloro che mal accettano la propria fine, augurandosi continuamente di prolungare il soggiorno terreno e invitando invece gli altri a spargere un po’ di gloria vanamente sulla propria fredda tomba.

Con De Gregari poi De Andrè dà vita ad una serie di canzoni in cui le risorse espressive si tendono fino al limite del “nonsense” sfociando in un utilizzo di metafore e sentieri linguistici inusuali per De Andrè, in cui la raffinatezza dei riferimenti socio-politici tende ad essere sopraffatta dal peso delle parole.

Per questo sembra quasi che questo nuovo stile rifletta una mutazione culturale e sociale che vede il tramonto dei fervori e degli entusiasmi giovanili di un’ideologia valida ormai per se stessa, incapace di creare nuovi coinvolgimenti collettivi o sollevazioni culturali.

E “Oceano” a metà tra una metafora esistenziale della precarietà dell’artista, del disincanto di un sogno sfiorato “col dito più corto” e un’atmosfera magica di fantasia infantile e consapevoli stupori sembra poi terminare in un flusso di coscienza che chiede ad un ‘amante misteriosa un amore disinteressato sul filo della passione.

 

 

 

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