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Volume VIII
Dando
prova di una rara coerenza artistica e intellettuale decide ancora
una volta di aprire le porte della sua voce e delle sue canzoni ai
marginali vecchi e nuovi, che continuavano ad essere esclusi dalla
maggioranza.
E
in una magistrale traduzione di “Desolation row” di Bob Dylan,
trova spazio un vasto e complesso affresco di personaggi ancora
una volta demitizzati.
“E’
gente come noi – non mi sembra che siano mostri – non mi
sembra che siano eroi” in un mondo quasi carnevalizzato,
teatrino dell’assurdo che svela un modo diverso d’essere
uomini: Einstein travestito da ubriacone, un commissario cieco che
predice la sfortuna, il Dio del mare che si diverte a far scendere
negli abissi il Titanic mentre il sole si sta alzando.
Il
potere è rappresentato nei suoi tiranni, nei suoi scienziati, nei
suoi letterati e nei suoi sbirri, l’umanità perdente nei
personaggi delle fiabe, del cinema e della fantasia.
A
dominare è ancora un senso di ironia avvelenata e desolazione
cosmica che osserva su un fondale dantesco le vittime di un gioco
perverso di potere e miseria dibattersi senza la certezza di una
meta.
Ma
a confermare le straordinarie doti poetiche di De Andrè sono
canzoni come ,”Le passanti” o”Giovanna D’Arco”.
Quest’ultima, traduzione della “Joanne d’Arc “ di Cohen,
è stata lasciata incompiuta, come vuole l’aneddoto, a causa di
una probabile insoddisfazione dell’autore di fronte alla propria
versione.
Sta
di fatto che egli, ancora una volta, giocando con i toni incisivi
e melanconici della propria voce riesce a rendere con successo
tutta l’umanità e la carnalità dell’eroina, consacrata però
ad un destino infelice eppure accolto orgogliosamente.
E
in un fiammeggiante e passionale binomio di amore-morte nasce la
storia di una donna non qualunque, stanca della sua “vocazione
al trionfo e al pianto”, solitaria e guerriera, che nel donarsi
alla morte cede all’uomo, alla passione che ha sempre rifiutato
in nome di una passione più alta.
Una
voce, che intuiamo maschile per le sue parole passionali ed
insieme aggressive e che più tardi si rivelerà essere il
fatidico fuoco, preannuncia quell’abbraccio violento e assoluto
che riserverà all’orgoglio, alla freddezza di chi non sarà
ormai più che cenere e illusione immaginaria di tutti coloro che
hanno bisogno di eroine.
Ma
c’è di nuovo spazio per Brassens e per quell’eroina caustica
rivolta agli apostoli di turno e agli ostentatori di inaudito
coraggio nel cedere alla morte in nome di un ideale per giunta
indefinito.
In
“Morire per delle idee” si prende gioco dei falsi idealisti e
soprattutto mette in luce l’assurdità di sacrificare la vita,
un’idea già di per sé, un lusso per i più, in nomadi non si
sa quale valida ragione; tanto più che a predicare sono di solito
coloro che mal accettano la propria fine, augurandosi
continuamente di prolungare il soggiorno terreno e invitando
invece gli altri a spargere un po’ di gloria vanamente sulla
propria fredda tomba.
Con
De Gregari poi De Andrè dà vita ad una serie di canzoni in cui
le risorse espressive si tendono fino al limite del “nonsense”
sfociando in un utilizzo di metafore e sentieri linguistici
inusuali per De Andrè, in cui la raffinatezza dei riferimenti
socio-politici tende ad essere sopraffatta dal peso delle parole.
Per
questo sembra quasi che questo nuovo stile rifletta una mutazione
culturale e sociale che vede il tramonto dei fervori e degli
entusiasmi giovanili di un’ideologia valida ormai per se stessa,
incapace di creare nuovi coinvolgimenti collettivi o sollevazioni
culturali.
E
“Oceano” a metà tra una metafora esistenziale della precarietà
dell’artista, del disincanto di un sogno sfiorato “col dito più
corto” e un’atmosfera magica di fantasia infantile e
consapevoli stupori sembra poi terminare in un flusso di coscienza
che chiede ad un ‘amante misteriosa un amore disinteressato sul
filo della passione.
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