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Presentazione
di Sandro
Toni
Chissà
perché la gente ride. Detta così sembra una domanda stupida,
come chiedersi perché la gente cammina, che esige una risposta in
sintonia, "perché non può andare in auto".
Eppure,
a ben riflettere, la domanda, quella sul ridere, non è poi così
peregrina. Prendiamo il pianto, per esempio. Nessuno si chiede
perché si piange, sembra ovvio: la vita è di merda, il mondo è
piccolo e cattivo, le disgrazie non vengono mai sole. In effetti
il pianto non ha interesse: piangiamo sempre per le stesse cose,
uguali per tutti, più o meno. "Se non piangi di questo, di
che pianger suoli ?" diceva il poeta. Non avrebbe potuto
dirlo del riso. Ognuno ride di quello che vuole, le fonti del riso
sono millanta, e tutte diverse. Ecco perché il riso ha in sé
qualcosa di misterioso, di inafferrabile, di lontano.
Secondo
Aristotele ha a che fare con il basso, il terrestre, 1 materia,
contrariamente al pianto, che guarda verso il cielo e nobilita i
sentimenti. In questo senso Baudelaire ha ragione, il riso è
satanico, appartiene al diavolo, non a Dio. Anzi probabilmente è
una sfida a Dio, a un ordine costituito. Se la storia è sempre
storia sacra, il riso ne è la violenta e feroce messa in
discussione.
Potrei
continuare su questa strada, ma capisco che finirei fuori dai
binari e a voi dei miei discorsi non ve ne potrebbe fregare di
meno.
Volevo
solo dire che se ridere ha qualcosa di diabolico, far ridere ha
del divino (parrebbe una contraddizione, ma non lo è). Sì, perché
bisogna talmente disperare della natura umana che nessuna persona
normale potrebbe sopportare tale fardello se non con qualche
sovvenzione divina.
E
poi ci vogliono anche le parole per dirlo, ci vuole cioè un
linguaggio che renda ridicole le cose. Non è come piangere, che
basta mettere assieme una nipote, una nonna malata e la parole
'cuore' per trasformare un pubblico in apparenza sobrio nelle
fonti del Clitunno.
Il
fatto è che, catarsi o non catarsi, il pianto non ha sfumature.
Il riso ne ha invece migliaia. C'è il comico, l'umoristico, il
grottesco, il buffonesco, il surreale, l'ironico, il sarcastico,
lo sbracato, il sottile, l'ubuesco, il chapliniano, il benignico,
il brunovespico, e quant'altri. Che sono poi tutti punti di vista
per attaccare la realtà, poiché ogni risata, si sa, è un punto
di vista.
C'è
anche ‑ stavo per dimenticarlo ‑ il comico televisivo,
l'unica forma di comicità nella storia in cui il riso è prodotto
per decreto (un avviso luminoso) non per innato moto delle viscere
e del cervello (la comicità, assieme al sesso, è l'unica cosa
che richiede l'azione combinata di viscere e testa). Il comico
televisivo ha sortito come esito anche quello di avere dato
origine a una serie di umoristi di secondo letto, che riproducono
cioè sulla carta le sciocchezze recitate sul set, con i risultati
che è facile immaginare.
La
prima virtù di Secchi è che non è un comico televisivo, la qual
cosa, coi tempi che corrono, suona ad encomio profondo.
La
sua seconda virtù risiede nell'abbondante dose di follia che
senza dubbio Secchi coltiva accanto al talento. Una persona
normale, infatti, non penserebbe mai a) di scrivere un libro
comico in buon italiano, b) di situarlo in un contesto narrativo
forte, rinunciando alla serie di battute‑barzellette tipo
'formiche che s'incazzano', c) di riesumare la provincia come
situazione portante, peccato mortale in tempo di metropolitanesimo
imperante.
Scrivere
oggi un libro del genere significa scegliere la classicità come
punto di riferimento, significa tentare la via dei grandi comici,
dei Folengo, dei Rabelais, degli Swift, dei Flaubert... Mi
raccomando, non fatemi dire che ho paragonato Secchi a quelli lì.
Non è vero. Secchi non vale né Folengo, né Swift, ecc. Almeno,
non ancora.
Secchi
costruisce con certosina applicazione il teatro degli eventi: un
bar‑tabaccheria di provincia, microcosmo in cui vengono a
riprodursi tutte le situazioni del mondo, tutti i contrasti, tutte
le psicologie. Attorno a un direttore d'orchestra apparentemente
passivo, il raccontatore di balle, si muovono le figure più
scontate e più insolite, gli argomenti e le situazioni più ovvie
e ardite: la cassiera, il barista, l'asmatico, l'incontinente, il
camionista, il rappresentante di commercio, il finanziere, la
straniera, l'avventore occasionale, la checca, le varie mogli, i
pettegolezzi, la partita della domenica, il discorso sulle donne,
la ricerca della sigaretta assente, e potrei continuare per altre
due pagine almeno.
Sospinti
da un intrepido assedio di iperboli, i personaggi di questo bar
sport minimalista si organizzano in una sorta di gigantomachia
infinita, la cui posta è il rispetto del pubblico e il diritto
alla citazione.
Il
gusto dell'eccesso e del paradosso, l'impiego ossessivo
dell'iperbole come figura retorica dominante, mi ha ricordato i
procedimenti cari a Rabelais (solo i procedimenti, eh?). Ma a
differenza del Gargantua, in cui l'iperbole è spinta fino agli
esiti estremi, il Raccontatore di balle non vuole distruggere il
mondo di cui parla, su cui ride, anzi, lo vuole come preservare,
perché lo ama, o ne è in qualche modo affascinato. In questo
senso il libro di Secchi è una continua tensione verso il
disastro, ma un disastro fittizio, da torte in faccia, da cartoon,
dove i personaggi, dopo essere passati sotto una schiacciasassi,
sono pronti a nuove lotte, più freschi e pimpanti che pria. Si
leggano, a questo proposito, le ultime pagine, quasi struggenti,
dove si fa strada un esile ma non dubbio sentimento della vacuità,
della fine, in cui ci si affretta a sottolineare l'immortalità
del r.d.b., che qualcuno sarà sempre pronto a sostituire, in quel
bar o in qualunque altro bar alla periferia di qualcosa, come un
uomo mascherato da osteria.
Ci
sarà sempre un raccontatore di balle in un bar di una provincia
in cui si tifa Cagliari o Bologna, in cui i cessi non funzionano,
in cui il discorso dominante è quello scatologico, in cui arriva
sempre a sproposito un porta‑sfiga, in cui il mondo insomma
trova un proprio doppio, minimo ma completo.
In
cui ci sarà anche qualcuno, come Secchi, abbastanza attento e
ispirato da descriverlo nei suoi minimi dettagli perché la gente
vi si riconosca, e ne sorrida.
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