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Un bar di provincia dove è meglio tifare Cagliari  

" Il raccontatore di balle " di Augusto Secchi

Presentazione di Sandro Toni

 

Chissà perché la gente ride. Detta così sembra una domanda stupida, come chiedersi perché la gente cammina, che esige una risposta in sintonia, "perché non può andare in auto".

 

Eppure, a ben riflettere, la domanda, quella sul ridere, non è poi così peregrina. Prendiamo il pianto, per esempio. Nessuno si chiede perché si piange, sembra ovvio: la vita è di merda, il mondo è piccolo e cattivo, le disgrazie non vengono mai sole. In effetti il pianto non ha interesse: piangiamo sempre per le stesse cose, uguali per tutti, più o meno. "Se non piangi di questo, di che pianger suoli ?" diceva il poeta. Non avrebbe potuto dirlo del riso. Ognuno ride di quello che vuole, le fonti del riso sono millanta, e tutte diverse. Ecco perché il riso ha in sé qualcosa di misterioso, di inafferrabile, di lontano.

 

Secondo Aristotele ha a che fare con il basso, il terrestre, 1 materia, contrariamente al pianto, che guarda verso il cielo e nobilita i sentimenti. In questo senso Baudelaire ha ragione, il riso è satanico, appartiene al diavolo, non a Dio. Anzi probabilmente è una sfida a Dio, a un ordine costituito. Se la storia è sempre storia sacra, il riso ne è la violenta e feroce messa in discussione.

 

Potrei continuare su questa strada, ma capisco che finirei fuori dai binari e a voi dei miei discorsi non ve ne potrebbe fregare di meno.

 

Volevo solo dire che se ridere ha qualcosa di diabolico, far ridere ha del divino (parrebbe una contraddizione, ma non lo è). Sì, perché bisogna talmente disperare della natura umana che nessuna persona normale potrebbe sopportare tale fardello se non con qualche sovvenzione divina.

 

E poi ci vogliono anche le parole per dirlo, ci vuole cioè un linguaggio che renda ridicole le cose. Non è come piangere, che basta mettere assieme una nipote, una nonna malata e la parole 'cuore' per trasformare un pubblico in apparenza sobrio nelle fonti del Clitunno.

 

Il fatto è che, catarsi o non catarsi, il pianto non ha sfumature. Il riso ne ha invece migliaia. C'è il comico, l'umoristico, il grottesco, il buffonesco, il surreale, l'ironico, il sarcastico, lo sbracato, il sottile, l'ubuesco, il chapliniano, il benignico, il brunovespico, e quant'altri. Che sono poi tutti punti di vista per attaccare la realtà, poiché ogni risata, si sa, è un punto di vista.

 

C'è anche ‑ stavo per dimenticarlo ‑ il comico televisivo, l'unica forma di comicità nella storia in cui il riso è prodotto per decreto (un avviso luminoso) non per innato moto delle viscere e del cervello (la comicità, assieme al sesso, è l'unica cosa che richiede l'azione combinata di viscere e testa). Il comico televisivo ha sortito come esito anche quello di avere dato origine a una serie di umoristi di secondo letto, che riproducono cioè sulla carta le sciocchezze recitate sul set, con i risultati che è facile immaginare.

 

La prima virtù di Secchi è che non è un comico televisivo, la qual cosa, coi tempi che corrono, suona ad encomio profondo.

 

La sua seconda virtù risiede nell'abbondante dose di follia che senza dubbio Secchi coltiva accanto al talento. Una persona normale, infatti, non penserebbe mai a) di scrivere un libro comico in buon italiano, b) di situarlo in un contesto narrativo forte, rinunciando alla serie di battute‑barzellette tipo 'formiche che s'incazzano', c) di riesumare la provincia come situazione portante, peccato mortale in tempo di metropolitanesimo imperante.

 

Scrivere oggi un libro del genere significa scegliere la classicità come punto di riferimento, significa tentare la via dei grandi comici, dei Folengo, dei Rabelais, degli Swift, dei Flaubert... Mi raccomando, non fatemi dire che ho paragonato Secchi a quelli lì. Non è vero. Secchi non vale né Folengo, né Swift, ecc. Almeno, non ancora.

 

Secchi costruisce con certosina applicazione il teatro degli eventi: un bar‑tabaccheria di provincia, microcosmo in cui vengono a riprodursi tutte le situazioni del mondo, tutti i contrasti, tutte le psicologie. Attorno a un direttore d'orchestra apparentemente passivo, il raccontatore di balle, si muovono le figure più scontate e più insolite, gli argomenti e le situazioni più ovvie e ardite: la cassiera, il barista, l'asmatico, l'incontinente, il camionista, il rappresentante di commercio, il finanziere, la straniera, l'avventore occasionale, la checca, le varie mogli, i pettegolezzi, la partita della domenica, il discorso sulle donne, la ricerca della sigaretta assente, e potrei continuare per altre due pagine almeno.

 

Sospinti da un intrepido assedio di iperboli, i personaggi di questo bar sport minimalista si organizzano in una sorta di gigantomachia infinita, la cui posta è il rispetto del pubblico e il diritto alla citazione.

 

Il gusto dell'eccesso e del paradosso, l'impiego ossessivo dell'iperbole come figura retorica dominante, mi ha ricordato i procedimenti cari a Rabelais (solo i procedimenti, eh?). Ma a differenza del Gargantua, in cui l'iperbole è spinta fino agli esiti estremi, il Raccontatore di balle non vuole distruggere il mondo di cui parla, su cui ride, anzi, lo vuole come preservare, perché lo ama, o ne è in qualche modo affascinato. In questo senso il libro di Secchi è una continua tensione verso il disastro, ma un disastro fittizio, da torte in faccia, da cartoon, dove i personaggi, dopo essere passati sotto una schiacciasassi, sono pronti a nuove lotte, più freschi e pimpanti che pria. Si leggano, a questo proposito, le ultime pagine, quasi struggenti, dove si fa strada un esile ma non dubbio sentimento della vacuità, della fine, in cui ci si affretta a sottolineare l'immortalità del r.d.b., che qualcuno sarà sempre pronto a sostituire, in quel bar o in qualunque altro bar alla periferia di qualcosa, come un uomo mascherato da osteria.

 

Ci sarà sempre un raccontatore di balle in un bar di una provincia in cui si tifa Cagliari o Bologna, in cui i cessi non funzionano, in cui il discorso dominante è quello scatologico, in cui arriva sempre a sproposito un porta‑sfiga, in cui il mondo insomma trova un proprio doppio, minimo ma completo.

 

In cui ci sarà anche qualcuno, come Secchi, abbastanza attento e ispirato da descriverlo nei suoi minimi dettagli perché la gente vi si riconosca, e ne sorrida.

 

 

 
 

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