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I
rumori assordanti che ci circondano, le radioline attaccate
all'orecchio, gli imbonitori che predicano da ogni schermo
televisivo, le dichiarazioni stampate dei politici che,
nell'intento di chiarire, rendono ancora più oscuri i loro
messaggi, ci impediscono spesso di godere del silenzio e in esso
ascoltare le parole della nostra anima.
La
vita frenetica che ha contagiato tutti, la fretta di consumare in
una baraonda chiassosa e disarmonica, gli spiccioli della nostra
esistenza oscura la nostra intimità e il nostro senso di
appartenenza.
Questo
villaggio globale, queste notizie urlate in contemporanea mentre i
fatti sono ancora in corso di svolgimento, ci impediscono di
filtrare questa luce abbagliante che ci appiattisce tutti in
evanescenti fantasmi e ci annulla in un tutto indistinto e
omogeneo.
E
rimaniamo schiacciati dall’eco assordante delle comunicazioni
che ci esaltano in una terribile parodia di libertà, di
democrazia e di progresso e ci spingono in una euforia malata di
onnipotenza e onniscienza che, nei rari momenti di pausa, si
trasforma in depressione atroce, in un brancolare buio nel vuoto
oscuro, senza un appiglio, senza una mano, senza un ricordo che ci
dia la certezza di essere qualcuno.
Abbiamo
perso noi stessi, i nostri genitori, i nostri avi più lontani, i
geni della nostra ascendenza e della nostra discendenza in questa
rincorsa folle, in questa stupida recita di comparse che
rappresentano un dramma di parti intercambiabili, di maschere
piatte e uniformi.
Scivoliamo
inconsapevoli verso un nulla fatto di mille cose, in un vortice di
parole che scivolano leggere sulle nostre orecchie come fiocchi di
neve che non imbiancheranno mai i prati e si sciolgono al solo
calore di uno sguardo.
Viviamo
in contrappasso una bolgia infernale dove un susseguirsi continuo
di mille libri, di mille fotografie, di mille fogli di giornali,
creano un vuoto immenso dove voliamo leggeri, svuotati di ogni
peso, di ogni pensiero, di ogni ricordo che non siano quelli presi
a prestito e indossati inconsapevolmente come nostri, anche se
sono di tutti.
Una
melma viscida ci avvolge e ci rende uguali, ci ricopre di una
patina grigia che non riusciamo a togliere, vela i nostri occhi in
una triste uniformità, ci sprofonda in un mare languido dove ogni
sensazione è attutita e quasi annullata dal canto delle sirene
forse diverso ma percepito uguale e ripetitivo in una eterna nenia
che porta al sonno della mente.
E
guardarsi allo specchio e non riconoscere più sé stessi, cercare
nel volto di qualche altro un lampo di riconoscimento, un tratto
comune di memoria, un brandello di vita insieme, uno spicchio di
luce da unire per ricostruire un sole comune, un tiepido focolare
dove le nostre mani possano scaldarsi ad un fuoco antico e
conosciuto.
Il
calore della gente che ci circonda da ogni lato sembra un ghiaccio
che incolla e ferma, il dialogo si blocca nello scambio di
sensazioni non vissute, nel blaterare continuo di valori che non
conosciamo, di aspirazioni che non abbiamo, di ricordi piatti che
si dondolano e si perdono in questa immensa e deserta prateria che
è la nostra vita.
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