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Siniscola
– gennaio 1921
di D .H.
Lawrence(1885-1930)
...E
noi siamo quasi per svenire dalla fatica e dalla fame e da questo
viaggio implacabile. Quando, ma quando arriveremo a Siniscola dove
dobbiamo arrivare per avere il nostro pasto di mezzogiorno? Ho, sì,
dice il bigliettaio, c’è una locanda a Siniscola dove possiamo
mangiare quello che vogliamo. Siniscola, Siniscola! Sentiamo che
dobbiamo assolutamente scendere e mangiare, è l’una passata, ma
la luce accecante e la solitudine che scorre fuori dal finestrino
sono ancora attorno a noi.
Ma
ecco, è oltre la collina di fronte a noi. Vediamo la collina. Sì,
li dietro c’è Siniscola. E laggiù, sulla spiaggia, ci sono i
bagni di Siniscola, dove molti forestieri vengono in estate. E
quindi, noi riponiamo grandi speranze in Siniscola. Le due miglia
dalla città al mare i bagnanti le fanno sui muli. Dolce visione. E
si sta avvicinando, è davvero vicina. Ci sono campi recintati di
pietre, persino la brughiera, a tratti, è recintata. Ci sono degli
ortaggi in un campicello con muro di pietra, c’è uno strano
tratturo bianco attraverso la brughiera, verso una costa
abbandonata. Siamo vicini.
Superata
la cima della bassa collina, eccolo lì, l’ammasso grigio di un
paese con due torri. Eccolo lì, ci siamo. Sobbalzando sui ciottoli,
ci fermiamo al lato della strada. Questa è Siniscola, e qui
mangiamo noi.
Abbandoniamo
la corriera che ci ha così stancati. Il bigliettaio chiede ad un
uomo di indicarci la locanda, ma l’uomo risponde di no,
borbottando. Così viene delegato un ragazzino, e lui acconsente. E
questo è il benvenuto.
E
davvero non posso dire molto a favore di Siniscola. E’ solo un
posto angusto, primitivo , pietroso, cocente al sole, freddo
nell’ombra. In un minuto o due, ci ritrovammo alla locanda, dove
un giovanotto grasso era appena smontato dal suo cavallino marrone e
lo stava legando a un anello di fianco alla porta.
La
locanda non prometteva nulla di buono: la solita stanza fredda che
si apriva, tetra, sulla strada tetra; il solito tavolo lungo, questa
volta con una tovaglia tutta macchiata, nauseante; e a dirigere
tutto ciò, due giovani contadine sfacciate, nel loro costume
marrone, alquanto lercio, e un panno bianco ripiegato sulla testa.
La più giovane serviva al tavolo. Era una sfacciatella pienotta e
sapeva essere molto regale e arrogante. Teneva il naso rivolto in
su, per aria, e sembrava pronta a risponderti male al primo ordine.
Ci vuole un pò di tempo prima di abituarsi a questo comportamento
impertinente e sicuro di sé delle giovani donzelle, a quel modo di
fare che sembra dire “Guai a chi mi tocca!”, tipico di queste
sfacciatelle. Ma, in parte è una specie di difesa primitiva e di
timidezza, in parte è una diffidenza barbara, e, in parte, senza
dubbio, è una tradizione delle donne sarde che non debbono mai
cedere e sono sempre pronte a colpire per prime. Questa regina dei
bassifondi era pronta a colpire. Dimenava il suo posteriore attorno
al tavolo, sbattendo i pezzi di pane sulla tovaglia lercia con
un’aria di regale condiscendenza, un sorrisetto controllato
nascosto da qualche parte sul suo viso. Non è inteso come
un’offesa, eppure lo è. In verità, è solo villania. Ma quando
uno è stanco e affamato...
Non
eravamo i soli a mangiare là. C’era l’uomo sceso da cavallo e
una specie di operaio o facchino o funzionario del dazio insieme a
lui, e un giovanotto alla moda e, più tardi, anche il nostro
autista Amleto. Poco per volta, la damigella sbatté sul tavolo
pane, piatti cucchiai, bicchieri e bottiglie di vino rosso, mentre
noi stavamo seduti a quella sporca tavola impacciati, imbarazzati, e
guardavamo l’orribile ritratto di Sua Maestà il Re d’Italia. E,
dopo un bel pezzo, arrivò l’inevitabile minestra, e, con essa, il
coro i risucchi. Il piccolo maialino di Mandas era piuttosto bravo a
risucchi, ma il giovanotto di campagna alla moda lo batteva. Come
l’acqua s’ingorga e schiuma in uno scolo intasato, così
viaggiava la minestra verso la bocca, con un lungo, aspirato rivolo
di rumore, intensificato dai pezzetti di cavolo e altro che si
trovavano un varco nell’orifizio. La conversazione la facevano
tutta loro, i giovanotti. Si rivolgevano alla regina dei bassifondi
bruschi e poco rispettosi, quasi a dire: “Ma quella cosa
vuole?”. E le sue arie erano sprecate, ma lei continuava a
esibirsi. Cos’altro c’era da mangiare? C’era la carne che era
stata bollita per la minestra. Sapevamo cosa voleva dire e io avrei
preferito piuttosto mangiare un calzino di lana. Nient’altro, o
regina dei bassifondi? No, e perché si dovrebbe volere qualche
altra cosa? Bistecca? Ma a che serve chiedere una bistecca, di manzo
o di altro, di lunedì. Andate dal macellaio per rendervi conto voi
stessi.
Amleto,
il cavallerizzo e il facchino presero il bollito,pezzi smorti e
flosci. Il giovanotto alla moda ordinò uova in padella, due uova
fritte con un pò di burro. Le prendemmo anche noi. Quelle del
giovanotto alla moda arrivarono per prime, e naturalmente erano
tiepide e liquide. Lui gli gettò sopra una forchetta e una volta
entrato in possesso di un pezzetto d’uovo, si limitò a succhiare
su il resto, con un risucchio prolungato e violento, una lunga
sorsata esile e sfilacciata risucchiata verso l’alto dal padellino.
Era una vera e propria esibizione. Poi, si lanciò sul pane,
masticando rumorosamente.
Cos’altro
c’era? Una piccola, comune, miserabile arancia. E tutto questo era
il pranzo. C’era del formaggio? No. Ma la regina dei bassifondi
(bisogna dire che è gente buona, in fondo), cominciò una
conversazione in dialetto con i giovanotti, che io non cercai
neanche di seguire. Il nostro pensoso autista tradusse, dicendo che
c’era del formaggio, ma non era buono, così loro non ce lo
offrivano. E il cavallerizzo aggiunse che a loro non piaceva offrire
nulla che non fosse il meglio. E lo diceva in tutta sincerità, dopo
un pasto del genere. La cosa stuzzicò la mia curiosità, così
chiesi del formaggio, buono o no. E, dopo tutto, non era tanto male.
Il pranzo ci costò quindici franchi in due.
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