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Ad
accentuare la situazione di insicurezza nel mandamento di Siniscola
non erano soltanto gli omicidi, i furti, le grassazioni, gli assalti
alle case, come risulta nel quadro dei delitti commessi in Sardegna
dal 1830 al 1834. La sfera dei diritti individuali e collettivi era
calpestata anche dalle disfunzioni del sistema giudiziario, che si
trasformavano in cause criminogene. A Siniscola aveva sede il
giudice mandamentale, una figura istituzionale che nel sistema
giudiziario introdotto con l'Editto del 27 luglio 1838 avrebbe
dovuto rappresentare il primo gradino della certezza del diritto che
il Governo sabaudo aveva esteso anche alla Sardegna. Il giudice
mandamentale non aveva uno stipendio fisso da parte del Regno,
riceveva un compenso su ogni sentenza, secondo il sistema della
sportula. Sulla base delle nuove competenze il giudice mandamentale
poteva decidere solo «sulle cause il cui oggetto non superasse le
L. 300». (23)
Il
mandamento di Siniscola faceva riferimento alla Prefettura di Nuoro,
sede di uno dei sei tribunali di Prefettura istituiti in Sardegna.
L'intenzione dei funzionari piemontesi era quella di destinare anche
alle sedi mandamentali giusdicenti laureati, ma la mancanza di uno
stipendio sicuro e le difficoltà di contare su persone con laurea
rappresentarono un ostacolo al processo di cambiamento
nell'amministrazione della giustizia nei villaggi, dove il potere
era ancora in mano ai procuratori feudali. Anche le condizioni
ambientali erano motivo di abbandono delle sedi mandamentali, da cui
i nuovi Giusdicenti si tenevano lontani per «iscansare i rischi e
gli inconvenienti, che o per le intemperie del clima, o per la
malignità degli abitanti ai Ministri Locali sovrastano, quale
finalmente perla tema di essere nei villaggi obbliato, e per sempre
fuorchíuso dai superiori impieghi, ai quali più facil adito
ritrovano percorrendo la loro carriera nella capitale, e nei
generali Uffizi». (24)
Una
testimonianza sullo stato della giustizia nel mandamento di
Siniscola viene anche da Salvatore Angelo Filippi, figura di rilievo
nelle fasi di passaggio dei villaggi sardi dal feudalesimo alla
proprietà privata. Per tre legislature, dal 1860 al 1875, Salvator
Angelo Filippi, dì orientamento democratico, fu consigliere
provinciale di Sassari, carica che conservò dopo essere stato
sindaco di Siniscola. Nel 1853 aveva indirizzato un' accorata
lettera a Giorgio Asproni, deputato nel parlamento subalpino.
Al
parlamentare sardo, Filippi si era rivolto in seguito alle proteste
popolari del 1852, provocate dall'inasprimento dei balzelli ed
aspramente represse dalle truppe reali a Siniscola e nelle altre
parti della Sardegna, teatro del malcontento. La prima parte della
lettera è dedicata all'analisi dell'operato dei Delegati di
giustizia, figura direttamente collegata con l'ordinamento feudale.
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