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«Era
una gran fortuna», affermava con molta amarezza Filippi, «se cadea
la nomina su taluno della schiera dei barbieri. Quanta arroganza
fosse stata in quei gufi; quale spirito di avarizia, ed intrigo
avesse agito nella sinderesi di quei disperati, che deposta la
livrea, e le cesoje, salivano al santuario delle leggi, non è
d'uopo ridere. A costoro commeteansi tutti i diritti ed
attribuzioni, che poscia le novelle legislazioni trasmisero nei
Sindaci, e municipi: onde i consigli comunali di quelle età
onoravansi dell'essere schiavi, od emíssari dei sedicenti gíudici,
i quali a loro talento poteano ammanettarli, metterli ai ceppi, e
perfino schiaffeggiarli, senza che neppur osassero fiatare. Dico
cose incredibili, ma verissime, e da me stesso più volte vedute!».(25)
E'
facile dedurre che, in combutta con l'appaltatore del feudo della
baronia di Posada, abbiano imperato senza contrasto. Il giudizio di
Filippi è implacabile, li descrive «gelosi soltanto degli
interessi propri e dei ]or Signori: avidi d'intascare pecunja
carpita per brogli, per sequestri illegali, od estorsioni violente
dalle emunte borse de i proletari».(26)
Con
l'introduzione del giudice mandamentale, ispirata al modello
giudiziario del resto della terraferma, la situazione
dell'amministrazione della giustizia appare migliorata solo nella
forma, se nello scritto indirizzato a Giorgio Asproni, Salvator
Angelo Filippi ebbe a denunciare che nella realtà della Baronia di
Siniscola, nonostante il processo di riforma, «l'elemento feudale,
e dispotico signoreggia continuo» (27) nei villaggi del mandamento,
mentre lo spirito di rivolta e di reazione ai soprusi agita le masse
e le sconvolge. Sono cambiati i nomi delle istituzioni e dei loro
rappresentanti, ma i metodi sono rimasti quelli di prima. «Quel che
in antico nomavasi sevizie, prepotenza, e furfantería del
dispotismo, appellasi oggi più speciosamente vessazíone, sopruso e
truffería
costituzionale! ». (28)
Parole
dure di denuncia del fatto che le riforme non «apportarono a noi
giovamento di sorta, anzi moltiplicarono gli errori», perché la
natura di quelli che chiamava «azzeccagarbugli» (29) non cambiò,
mentre il Governo non li spodestò, ma li favorì nel continuare ad
occuparsi «dell'ufficio più nobile, e più essenziale della
pubblica gerenza, la salvaguardia, va dire delle persone e della
proprietà». (30)
Un
tema questo che Filippi nel 1869 porrà all'attenzione del Comitato
popolare di Cagliari, costituito per riferire alla commissione
parlamentare Depretis sulle condizioni di arretratezza della
Sardegna.
Il
riordinamento del sistema giudiziario prevedeva la laurea in legge
per poter accedere alla carriera in magistratura; ma i giuristi con
titolo nel mandamento siniscolese si fecero attendere per anni.
«Il
primo dottore in legge che ne venne», scriveva"nel 1853
Filippi, riferendosi alla Curia mandamentale di Siniscola, « dopo
il 1853 fu un secondo Messer Bono Boni; e con ciò dico tutto. Poco
dissimili furono i successori ìnsino al 1848, ed insino allo
spirante 1853. Insomma nel periodo di 40 anni, che ho già raggiunto
di mia età, io non conobbi nella mia patria, meglio che due
giudici, i quali a sufficiente dottrina accompagnassero urbanità di
maniere, e rettitudine di animo». (31)
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23.
Francesco Loddo Canepa, Inventario della R. segreteria di
Stato e di Guerra, pag. 290, Fonti V. 111, Roma, 1934
24.
Mario Da Passano, ibidem, Appendice, pag, 210
25.
S.A. Filippi: Epistola di S. A. Filippi al deputato egregio G.
Asproni in Torino, Cagliari, 1853, pag. 7
26.
Ibidem
27.
Ibidem
28.
Ibidem
29.
Ibidem
30.
Ibidem
31.
Ibidem
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