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I
tumulti di Siniscola e l'incendio del Municipio dell'agosto del 1906
sono stati la conseguenza di una situazione di malessere generale,
che era diffuso in tutta la Sardegna. Una tra le tante cause affonda
le radici nel 1887, quando scattò il protezionismo doganale ed i
prodotti dell'agricoltura e della pastorizia non presero più il
largo dagli approdi sardi diretti a Marsiglia; al mercato francese
giungevano anche partendo dai porti di La Caletta ed Orosei.
I
contraccolpi negativi sono stati notevoli per l'economia delle aree
agricole e pastorali della Sardegna. Gli approdi di La Caletta ed
Orosei nella costa orientale, erano i punti di riferimento naturale
per l'imbarco dei prodotti locali destinati all'esterno; parte dei
traffici commerciali della Sardegna avvenivano con Marsiglia già
dalla fine del Settecento. (38)
I
bastimenti francesi approdavano periodicamente nella costa della
Baronia e prendevano il largo con starelli di grano, carne di maiale
e montone, vino; al mercato sardo arrivavano le stoffe. Il
protezionismo bloccò questo rapporto e provocò il crollo delle
esportazioni. A subirne le conseguenze furono i pastori che non
potevano esportare la carne ed il formaggio. Altro motivo di
malessere era anche l'aumento del prezzo del pascolo, che fu
provocato agli inizi del Novecento dall'entrata in produzione dei
caseifici in mano ai continentali del Lazio, di Napoli e di Ponza.
Ad aggravare i mali del mondo pastorale della
Sardegna
era la politica degli industriali che si univano tra loro per
abbassare il prezzo del latte, da trasformare in "pecorino
romano, " formaggio, che aveva incontrato i favori del mercato
estero. Era norma in quegli anni pagare con molto ritardo l'acquisto
del formaggio da parte degli industriali caseari definiti
"scorticatori dei pastori",anche perché veniva osteggiata
ogni proposta di unione in cooperativa. «Ancora una volta», ha
commentato lo storico Martin Clark, «la Sardegna si trovò a
produrre qualcosa di cui c'era richiesta sul mercato internazionale
ed ancora una volta una risorsa locale fu sfruttata da uomini
d'affari venuti dall'esterno, con poco beneficio per gli stessi
sardi». (39)
Gli
inizi del Novecento hanno registrato anche la comparsa del fenomeno
della emigrazione stagionale e duratura. Lei Spano documenta che dal
1900 al 1904 iniziò a farsi sentire l'emigrazione, come reazione
alla calata degli imprenditori continentali che impiantano i
caseifici, «i quali dando l'incremento all'industria del
formaggio,determinavano i sardi all'abbandono delle colture terríere
aleatorie».(40)
Le
condizioni difficili le vivevano le masse rurali che traevano
sostentamento dal lavoro dei campi e manifestavano fame di terra. A
tutto ciò si aggiungevano le tasse e la crescita dei prezzi delle
risorse alimentari; dentro questa cornice di malessere, che colpiva
le campagne ed i ceti popolari delle piccole città di una Sardegna
di appena 791.754 abitanti, si inseriscono anche i tumulti di
Siniscola.
I
moti popolari del 1906 e la repressione che ne seguì approdarono
nel parlamento italiano ed imposero l'urgenza di una azione
riformatrice da parte del governo Giolitti. La risposta alla crisi
del 1906 fu l'approvazione di una Legge speciale nel 1907, favorita
dal parlamentare sardo Francesco Cocco Ortu che allora era ministro
dell'Agricoltura. Il testo unico riuniva altre due eleggi a favore
della Sardegna la n. 382 del 1897 e la n. 342 del 1902. Venne
introdotto il credito rurale, e furono previsti progetti di
miglioramento fondiario e di bonifica agraria delle aree paludose e
malsane. La legge speciale sosteneva anche la costruzione dei porti,
delle scuole, delle strade rurali e la distribuzione libera del
chinino, sull'esperienza di quanto era accaduto in altre regioni
meridionali. Ma gli interventi non furono di grande portata e non
riuscirono ad incidere nella struttura economica sarda.
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