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La
vocazione di ricavare profitto e ricchezza dal mare non animava
l'economia locale, spinta lontano dalla costa dalle zone malsane e
dalle incursioni barbaresche. La terra era l'unica risorsa che
veniva sfruttata, con tecniche arcaiche che suscitavano stupore e
meraviglia in chi soggiornava per poche settimane. E il caso di
Annibale Grasselli Barni, cacciatore-viaggiatore con vena di
scrittore di memorie, che nel volume In Sardegna punta il dito «sull'ignavia
di molti proprietari, i quali aspettano che la filossera e la mosca
olearia distruggessero completamente i vigneti e gli oliveti senza
tentare un rimedio, chiusi in un feudale egoismo, non suscetibile di
civile progresso e specialmente perla indegna trascuratezza di chi
dovrebbe vigilare su queste terre con cuore di fratello e carità di
patria. Aumentate le comunicazioni interne dell'isola, ed esterne
con il continente, tolta la malaria incanalando i fiumi e i
torrenti, impedito lo stolto ed inconsulto disboscamento dei boschi,
cause di frane od inondazioni, resi più civili questi ignoti e
miseri villaggi, perché queste terre un tempo felici non dovrebbero
risorgere? E già vedevo nella grande pianura della Caletta, al
posto degli acquitrini stagnanti, della rea palude, mareggiare una
grande distesa di messi dorate, colla spicca pesante e colma di
quell'ottimo grano duro (che riempiva i granai di Roma) dalla paglia
piena, ottima come foraggio da lavoro» (46)
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46.
Annibale Grasselli Barni, In Sardegna, Cagliari, 1989, pag.
226, edizione anastatica dall'originale dei 1911
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