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La drammatica
rivolta di Siniscola, l'ondata di arresti ed il processo di massa a
Nuoro e poi a Sassari, provocarono un ampio dibattito nella stampa
regionale di orientamento indipendente e di diverso schieramento
ideologico. La rivolta priva di una guida politica sfuggì al
controllo e si trasformò in rabbia popolare. Ma contribuì a
porre il problema del radicamento dei partiti di massa nelle realtà
contadine ed ai margini dei progetti di società più giuste. Nel
numero 224 del 20‑21 agosto del 1906 La Nuova Sardegna
pubblicava, con ampio risalto, la notizia dei tumulti e commentava
i fatti con un editoriale che copriva per intero la prima colonna di
apertura, segno evidente del dramma sociale che si stava compiendo
sull'onda di quanto era già successo in altre parti della Sardegna.
L'analisi senza firma, inseriva il «caso Siniscola» nel malessere
generale dell'isola e metteva sotto accusa il Governo e le
promesse mai mantenute, fatte nel 1899 dal Re Umberto I, quando
tutti parvero convinti della necessità di porre termine a tanti
mali affliggenti le laboriose popolazioni. In quell'anno lo stesso
Capo dello Stato aveva deplorato il fatto che per andare da un paese
all'altro della provincia di Sassari fosse necessario perdere
intere giornate.
«Síniscola»,
denunciava l'editoriale «è più distante dal capoluogo della
provincia di Sassari del punto estremo d'Italia! Si fa più presto
da Sassari a raggiungere Milano, Bardonecchia che Siniscola!. Dallo
stesso capoluogo del circondario Siniscola è più distante che non
sia Roma da quasi tutte le regioni d'Italia centrale e
settentrionale. E pensare che tra Nuoro e Siniscola la distanza è
di appena 76 chilometri! E pensare che la strada mulattiera da
Nuoro a Siniscola misura 40 o 45 chilometri! Ma tutti i progetti di
nuove vie di comunicazione, di ferrovie del nuorese, allacciati i
comuni del circondario ad altri punti delle due provincie, rimasero
sempre allo studio. Come allo studio rimarranno, per omnia secula
seculorum, tutti i problemi dei sardi. Principalmente fra questi
quello relativo ai terreni comunali, Siniscola e Irgoli, non
sarebbero l'uno contro l'altro armati ‑ come tanti della
Sardegna‑ e tutti si fossero sempre inchinati al diritto se la
equità avesse sempre ispirato gli atti del governo. Ma l'azione
governativa è stata sempre subordinata ai meschini interessi
delle oligarchie locali ed ai non meschini calcoli della politica...
camorristica».
La
conseguenza fu la sfiducia generale, il malessere profondo e le
liti interminabili, poiché mancarono le parole di pace e di
giustizia. «Bastò» aggiungeva l'editoriale del giornale «la
sollecitazione di un affarista, o la raccomandazione di un grande
elettore, perché senza alcuna difficoltà, fosse consentito lo
sperpero della pubblica ricchezza. La tendenza legislativa moderna
è per i domini collettivi, in Sardegna vaste estensioni furono
divise in lotti e conquistati più o meno legittimamente dai soliti
protetti dalle solite autorità. Orune corre il pericolo di non
essere più fortunato comune senza tasse locali. Ed ecco come
improvvisamente, si manifesta il malcontento a Siniscola, ad Irgoli,
ad Orune, a Mamoiada; ed ecco come, anche nel nuorese, rugge la
protesta contro l'ignavia e le ingiustizie e contro il secolare
abbandono! Avrà questo ruggito la potenza di interrompere i
tranquilli ed ínutili studi del governo italiano?»(53)
A
Cagliari si pubblicava La Lega, organo della sezione socialista
cittadina. I fatti di Siniscola trovarono spazio nel dibattito sulla
penetrazione dei socialisti e della loro ideologia nelle aree
contadine. E contribuirono ad alimentare le polemiche e le
posizioni ideologiche sul «di stacco tra il partito e le masse»(54)
Il
28 agosto, mentre l'eco della rivolta non si è ancora spenta per i
111 arresti in catene in attesa del processo, la lega in un articolo
titolato Da Víllasimius a Siniscola còmmentava: «Purtroppo lo
stato arretrato delle nostre popolazioni rurali ha vietato finora a
noi socialisti di svolgervi frammezzo una qualunque azione che
sarebbe stata in questi momenti preziosa per la causa della civiltà
e del benessere loro stesso e nulla noi possiamo quindi fra esse
(…)».(55) . Una riflessione di incapacità a penetrare in quel
primo periodo del socialismo nelle campagne, mentre si tendeva a
privilegiare la propaganda nelle zone minerarie e nei quartieri
popolari delle città sarde.
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53.
La Nuova Sardegna, ibidem
54.
Francesco Manconi, Guido Melis, Gianpaolo Pisu, Storia dei
partiti popolari, pag. 79, Roma 1977
55.
Ibidem
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