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A colloquio con Enzo Saporito, leader della band di Siniscola |
L'orgoglio
dell'indipendenza
Kenze
Neke, la rabbia viaggia sulle corde del rock A
trentun anni Renzo Saporito, voce, chitarra e mente dei nuoresi
Kenze Neke ha la faccia segnata del vecchio guerriero indiano forse un po'
stanco per le tante battaglie ma per nulla ammorbidito e ancora
determinato a urlare insieme ai suoi cinque compagni di trincea il proprio
orgoglio etnico di «sardo dell'interno», la rabbia per lo scempio della
cultura isolana spesso col beneplacito dell'indifferenza generale, l'amore
romantico per lo spirito di comunità e la voglia dei rapporti umani
ancora così vivi nella Baronia, valori poco in sintonia con lo spirito
cinico di questi tempi sommessi e veloci. Sei
anni fa il gruppo rock di Siniscola (che pur non dimenticando rabbie
primordiali ha imparato a vestire parole incendiarie con testi cantati a
squarciagola) è uscito allo scoperto con messaggi violenti contro lo
stato unitario, la colonizzazione militare della Sardegna. Rabbie
e inquietudini da orgoglio indipendentista e da reazione di rifiuto contro
la cultura proveniente dall'esterno: una loro caratteristica, questa, per
molti fastidiosa. Non
vi sembra qualche volta di cavalcare l'onda di una moda ideologica un po'
stanca? Ricordo
tempo fa di aver letto su un mensile di musica lfra i più diffusi in
Italia a recensione del nostro disco Naralu! De uve sese, in cui il
recensore parlava del messaggio dei nostri testi come di una minaccia per
lo stato italiano unitario, come se fosse stato preso alla lettera da chi
compra i nostri dischi. Ora io vorrei incontrare questo recensore e
chiedergli serenamente: quale stato unitario? Quello che si sfascia ogni
sei mesi, uno stato con i ricchi sempre più insicuri al Nord e sempre più
poveri al Sud? Uno stato che ha una politica per la salvaguardia
dell'ambiente praticamente inesistente ma che con la scusa dell'opportunità
territoriale riempie la Sardegna di basi Nato con materiale nucleare, non
può definirsi unitario. È uno stato confuso, distratto e senza rispetto.
Quest'isola va decisamente stretta alle nuove generazioni così piene di
voglia di fare. La Sardegna ha bisogno di confronti. Il problema è: in
che modo aprire canali verso l'esterno? Il
problema della chiusura e dell'esiguità degli spazi è sentito anche
nella penisola. L'attenzione verso i fermenti creativi dei giovani è
scarsa. Da dove partire allora? Potrebbe
sembrare banale ma io dico di ripartire da noi: usare le proprie idee e le
proprie energie per fare le cose da sé senza aspettare gli altri. È la
stessa ideologia che muove i centri sociali, e infatti sono boicottati.
Nessuno ha interesse che la gente pensi e faccia circolare le proprie
idee, molto meglio appiattire e uniformare le teste delle nuove
generazioni per poi gestirle senza sforzo. Ma
in Sardegna non esistono centri sociali... Non
è vero. Ne hanno occupato uno da poco nella zona vecchia di Quartu e uno
funziona da qualche mese a Iglesias. Poi c'èil nostro centro «Sardigna
libera e ruja» di Siniscola in cui oltre concerti e iniziative artistiche
vengono aperti dei dibattiti a tema.Siamo arrivati a proibire l'ingresso
al centro a tutti quei ragazzi che venivano soltanto per farsi le canne
liberamente. Chiaro che un agricoltore di cinquant'anni che entra al
centro per parlare senza problemi generazionali e vede una scena del
genere finirà per scappare via gridando «drogati». Meglio allora un
bicchiere di Cannonau per tutti ma poi poter parlare, comunicare e
confrontarsi senza pregiudizi. Ecco perché il centro non è neppure
aperto tutti i giorni: per evitare di ricadere nella abitudine del vedersi
assieme al bar e distrarsi un po'. Un centro sociale ha un notevole ruolo
nella promozione di cultura se gestito bene, se apre i propri fogli di
controinformazione, se organizza iniziative umanitarie, se apre i propri
spazi al teatro e promuove il dialogo. Diversamente non funziona. Perché
per anni non avete suonato a Cagliari? Semplice.
Perché nessuno ci chiamava. Noi non siamo né abbiamo dei manager, siamo
semplicemente dei musicisti che suonano ogni volta che ne hanno occasione.
Finora ci siamo organizzati sufficientemente bene da poter girare un po'
l'Europa e abbiamo appena
terminato un tour nei centri sociali autogestiti. Stiamo preparando il
nuovo disco che spero possa uscire per ottobre. Con il precedente Boghes
de pedra abbiamo tentato anche di occuparci della distribuzione ma abbiamo
sbagliato parecchie cose, visto che in Sardegna pochissimi conoscevano il
disco. Il prossimo lo produrremo noi per la nostra etichetta «Gherrinau»,
ma per la distribuzione ci rivolgeremo alla compagnia Nuova Indie. C'è
un frammento, una frase dei vostri testi che vorreste lasciare ai
ragazzi che vengono a sentirvi, come un segno del vostro passaggio? Ci
sono molte frasi che mi piacerebbe fossero ricordate come un invito a
pensare. Credo che tutto quello che fanno i Kenze Neke possa essere
ricordato come un invito, uno stimolo ad aprire gli occhi, a guardare
oltre le apparenze di una realtà che è davvero ben lustrata e
impacchettata, una realtà spesso fatta di bugie e miraggi di falso
benessere che rendono la gente ancora più infelice. |
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